Il sapore amaro dell’amore

E’ la sera del solstizio d’estate del 1899. Nel cottage di Fortune’s Rocks, dove la famiglia Biddeford ogni anno si trasferisce da Boston per le vacanze esiste, è stata organizzata la prima cena con ospiti della stagione. La tavola è apparecchiata con più cura del solito: ci sono i piatti di porcellana decorati a smalto, i bicchieri di cristallo intagliato, e tante roselline color panna disseminate sulla tovaglia di fiandra bianca come per caso, ma in realtà sistemate ad arte.

Olympia Biddeford, la protagonista del travolgente romanzo di Anita Shreve, La spiaggia del destino (titolo forse più adatto a un romanzetto d’appendice che non a un romanzo di notevole spessore letterario, storico e psicologico come questo, in qualche modo rifacentesi a quel grande classico della letteratura statunitense che è “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne), edito da Salani, ha quindici anni e si trova al culmine di un momento particolare della vita di una donna.
Quel momento – che può durare una settimana o un mese – in cui una ragazza diventa donna e in cui è bella come non lo sarà più nella vita.

Questa bellezza, l’inconsapevole sen- sualità e il già forgiato carattere di Olympia rapiscono il cuore di John Haskell, un medico-scrittore quaran- tenne, amico del padre della ragazza, già sposato con quattro figli.

E’ l’ammirazione che lei prova per l’ultimo libro che lui ha scritto sulle tremende condizioni di lavoro nelle fabbriche tessili americane, condizioni da cui lei – ragazza della buona società bostoniana - resta indignata, a dare inizio a tutto. E già dal primo sorso di tè bollente bevuto dalla tazza di lui, dopo essersi infreddolita e bagnata durante una solitaria passeggiata serale sulla spiaggia, si diffonde in lei una sensazione di calore in tutto il corpo che l’accompagnerà sempre, perché sempre continuerà ad appartenere a lui.

Il destino sembra benevolo, o irriverente, in quei primi momenti, e permette loro di restare spesso soli senza che altri sospettino alcunché. Così quando lui lascia la casa dei genitori di Olympia che lo avevano ospitato e il suo posto a tavola torna ad essere vuoto, lei ha la sensazione che alla sua vita manchi una parte essenziale. E non fa che ripetere a mente le stesse conversazioni avute con lui e le stesse scene, senza riuscire ad esaurirle. Come se bevesse da un bicchiere che ogni volta si riempie di nuovo, e l’ultimo, lungo sorso refrigerante fosse necessario quanto il primo, e la sete implacabile.

Sensazioni e pensieri che, per quanto ancora inconfessati (ma è tra le pieghe degli sguardi e delle parole, o mezze parole, che si sono già verificati gli accadimenti straordinariamente terribili del libro), Haskell ricambia.

La loro storia e i suoi sviluppi diventeranno un caso che coinvolgerà gli yankee e la locale comunità franco-americana, le classi sociali e la cultura, un’umile coppia di operai e un innocente bambino.
Quello strappato a Olympia un attimo dopo la sua nascita.

 

Desidero ringraziare Daniela R. (con la quale il rapporto sinora è stato più di numeri che di lettere, ma nella vita c’è sempre un tempo per recuperare, non è vero?) per avermi consigliato questa lettura nella quale ho trovato tutto ciò che in genere cerco nelle letture e raramente trovo. E per avermi fatto vivere, durante le 370 pagine del libro, un’intensa vita parallela.

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