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Il raccolto

Enrica Romano è nata a Milano dove risiede. Laureata in scienze politiche, ha viaggiato molto per studio e per lavoro specialmente negli USA. Da qualche anno la passione per la cucina e la convivialità sono diventati un mestiere; infatti gestisce il ristorante "Erika" che si trova a Pioltello, in Via Canova 1, di cui una delle particolarità è il forno a legna. Nel tempo libero ama guidare, dipingere, andare in barca a vela “di bolina” risalendo il vento, al cinema, al teatro, a mostre arte figurativa e al corso di scrittura creativa gastronomica “Sapori letterari” presso la biblioteca di Pioltello. Una pietanza preferita di Enrica è il gorgonzola, che ritiene sia un po’ come la vita: dolce e intenso con un retrogusto amaro, dai sentori spiacevoli se non si è in grado di apprezzarlo.

Attendevo ogni anno, quando l’estate era inoltrata, l’annuncio di mio zio: che il momento del raccolto delle ciliegie era giunto.

Nel retro del giardino di casa di mio zio Filippo, così si chiamava il fratello di mio padre, c’era un grande ciliegio che ogni anno regalava frutti copiosi.
Produceva talmente tante ciliegie che, quando ormai erano giunte a maturazione, parenti e amici venivano chiamati per ripulire l’albero ed evitare anche che i frutti maturi sull’albero attraessero troppe api.
L’albero era cresciuto rigoglioso, anno dopo anno, e aveva raggiunto un’altezza tale che quasi toccava il tetto della casa di due piani.

Ad ogni estate la domanda: “Zio, sono mature?” veniva instancabilmente ripetuta ad ogni incontro famigliare, noncurante della contrarietà di mia madre che, vista l’altezza del ciliegio, considerava il raccolto per noi bambini pericoloso per cadute accidentali.

Ma io, non vedendo il pericolo, come ogni bambino del resto, ripetevo ogni volta quella domanda fino al momento fatidico in cui lui annunciava: “Le ciliegie sono mature, venite quando volete.”

Finalmente si poteva dare il via al raccolto e cominciava la festa.
Io, in compagnia delle mie cugine, o a turno i miei fratelli, facevamo man bassa di frutti. Con la scala salivamo sull’albero e poi ci arrampicavamo sopra i rami, sempre più in alto, divorando con voracità una ciliegia dietro l’altra.
Erano sublimi, di un colore amaranto scuro, così scuro da sembrare nere. Erano grandi e gustose, con la polpa ricca e succosa, e talmente grandi che a stento entravano nella bocca di noi piccini. I denti diventavano neri e noi ci si sbrodolava sporcandoci mani e vestiti, le scarpe, quando c’erano, o le unghie dei piedi.
Una volta sazi, riempivamo dei sacchetti di carta da portare a casa.

Attendevo a lungo quel momento, anche se puntualmente il ritorno dal raccolto significava mal di pancia per l’abbuffata, punture d’ insetti ovunque e sgri- date da mia madre.

Eppure il momento della festa delle cilie- gie ogni anno, per molti anni, fu tanto atteso.
Non ricordo bene fino a quando questo rituale andò avanti: se fino a quando noi diventammo troppo grandi per andare alla festa o se fino a quando fu l’albero a diventare troppo grande ed essere abbattuto.

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