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Lo spuntino da Nino

Quell'eterna bambina di GiòGiò era stufa di doversi limitare a scrivere solo per lavoro: pagine e pagine di documentazione tecnica, cercando e ricercando il modo migliore per esprimere concetti aridi in maniera fantasiosa, mettendosi nella testa degli altri e chiedendosi “se fossi in loro, capirei?”. Così alla prima occasione ho voluto mettersi un po' in gioco provando a spolverare la fantasia intorpidita e i ricordi più remoti, per dar loro nuova vita. Ed è approdata al laboratorio di scrittura creativa “Sapori letterari” di Pioltello, dove ha scoperto che la scrittura sta dentro di noi, è solo assopita; come ogni propensione, bisogna risvegliarla per farla venire fuori e ciò è possibile solo praticandola e curandola. Piano piano si riesce a farla crescere e animarla, fino a trarne soddisfazione. GiòGiò sente di essere ancora nella fase di presa di coscienza “che se voglio posso, il resto verrà.” Intanto è venuto fuori questo immaginifico racconto dal sapore marino e anche afrodisiaco.

La prima volta che assaggiai le ostriche non so più a quando risale.
Se fu al mare o in città, in Italia o all’estero.
So solo che sono entrate a far parte della lista dei miei sapori preferiti. E, come ogni crudité, solo se sono veramente fresche, riesci ad assaporarne il salato sapore di mare.
Un po’ come quando, accostando una grossa conchiglia all’orecchio, senti il rumore delle onde.
Era tempo che decantavo, a quello che poi sarebbe diventato mio marito, quanto fosse speciale andare a gustare le ostriche in riva al mare, nel mio paese d’origine.
Laggiù c’è una pescheria atipica, perché atipico è il suo proprietario.
Il “campanone” è soprannominato, è non ho idea di cosa significhi. In realtà, credo di non ricordarlo neanche bene, il nome… forse lo chiamano campanaro… mah, non ricordo.
In realtà si tratta di un ex-imbarcato sulle navi da crociera, che ha girato il mondo vedendo tutto e tanto, e a metà del cammin della sua vita, ha deciso di fermarsi, ricongiungendosi alla famiglia, che comunque nel frattempo si era formato “al paese”.

La famiglia del campanone è una famiglia media italiana. Non per la stazza però. Quella credo la abbia portata come souvenir dall’America.
Infatti, benché lui sia un uomo di corporatura media, con due grossi baffoni scuri che gli riempiono il volto già scuro per il sole che quotidianamente fa capolino sopra la sua testa, le donne della sua famiglia in compenso sono tutt’altro che in linea. Anzi cicciottelle, direi.
Ma se anche la moglie fosse giustificata per il fatto che, dopo due figlie e quindi due gravidanze, si sia lasciata andare alle specialità culinarie del marito, non si può dire lo stesso per le figlie: due giovani fanciulle che più che alla principessa delle favole, assomigliano alle sorellastre.
Ma al campanone tutto ciò non importa. Quella è la sua famiglia e guai a chi gliela tocca. Lui è tornato a casa e da lì non si muove più.
Il bravo marinaio, dopo molteplici sue scorribande per mare, ha ben pensato “ma in un paese con profonde tradizioni pescherecce, quale sarà il modo migliore per sbarcare il lunario?”.
Ecco, idea originale: aprire una pescheria.

Già, ma tutte le sue esperienze in giro per il mondo, gli saranno servite a qualcosa?
Ebbene sì, perché la sua è una pescheria all’avanguardia.
Entrando, la prima cosa che colpisce è la sensazione di pulito che c’è nel locale. Tutto piastrellato di bianco, alle pareti poster di pesci con descrizione e nome scientifico, l’immagine della Madonna, un bambolotto dalle sembianze di Bob Marley con uno strano sigaro in bocca (cimelio dei suoi faticosi sbarchi in Giamaica), e in mezzo alla sala le grosse vasche. Si tratta di grandi acquari ricolmi di acqua salata e collegati a mare direttamente con delle prese che ne garantiscono il giusto ricambio, necessario ai pesci vivi e al vasto assortimento di crostacei che ospita.
Andando in giro per la pescheria, sbirciando dentro le vasche per scoprire la vita più segreta dei pesci, un giorno notai una chicca. Sparsi per i davanzali delle finestre, trovai i posacenere adornati con i vetrini levigati che si trovano a mare. Per lo più verdi, ogni tanto bianchi e quando sei molto fortunato riesci a trovare anche quello blu intenso. Che magia era per me da piccola ricercare quelle pietre lungo la battigia, che nella ingenuità di bambina pensavo arrivassero da chissà quale profondità e fossero di valore inestimabile… per poi scoprire, da grande, che erano bottiglie che chissà quale discarica aveva rilasciato in mare.
Di poetico rimaneva solo il lento e paziente lavorio del mare che nel tempo ne aveva smussato tutti gli angoli e impreziosito l’origine.
Già, il campanaro ha i posacenere fatti con le mitiche pietrine. Cosa c’è di più marino!
La sala con le vasche ha delle grandi porte-finestre che danno sul pezzo forte del locale: la mitica terrazza sul mare. Dico mitica perché ormai sono anni che instancabilmente ci ripete di voler creare una spaghetteria.

Ancora non c’è riuscito ma beninteso non per una questione di soldi. Ah, no! Come sempre è colpa della burocrazia, di tutte quelle leggi, di tutti quei moduli che gli è toccato compilare e dei mille permessi di cui ha bisogno. Ma come! L’unico che vuole fare le cose per bene… e non ci riesce?
Che strana, questa Italia! In America non è mica così. Ah, no. Lì loro è tutto semplice, basta che tu abbia i soldi per l’iniziativa ed è fatta.

Comunque sia, il nostro campanone nel frattempo che gli arrivino i permessi comunali si è organizzato altrimenti per servire i suoi spuntini.
Si è procurato due o tre tavolini di plastica bianca (neutri, stanno bene ovunque!), con le seggiole della stessa fattura anche loro in tinta. Si è procurato piattini in plastica, sempre bianchi e fazzolettini di carta…bianchi.
Forse la sua è una tecnica di marketing spinto, che in realtà noi comuni mortali non capiamo.
Lui continua ad usare questi tristi piattini di plastica affinché il nostro sguardo non sia distolto dalla visione di quei vassoi d’argento che arrivano esponendo i suoi tesori: un trionfo di crostacei.
Se gli si dice: “Nino fai tu” (ecco il vero nome del campanone! finalmente mi è venuto in mente: si chiama Nino), quello che mette nel vassoio è quanto di più fresco ti possa arrivare.
Cozze e vongole crude appena sgusciate, patelline che ancora si attaccano a ventosa al tuo dito mentre ti avventi su di loro, canocchie ancora umide dell’acqua di mare e al centro loro, le signore ostriche. Carnose, vive, di quelle che non si mangiano con il limone. Perché non c’è nessun sapore di vecchio da coprire. Si mangiano al naturale, facendo anche lo sforzo di risucchiare rumorosamente dal fondo della conchiglia il “succo” saporito di mare.

Che bontà, quelle ostriche!
Indescrivibili, ineguagliabili a tal punto che quelle che si trovano comunemente in città sembrano avvizzite e tristi, mentre lanciano un lamentoso “lasciami stare, non mi mangiare, sono stanca!”.
E per evitare che tu possa rimanere deluso dalla sua offerta di solo crudo, Nino ti porta anche le sue acciughine affogate nel peperoncino e il pane biscottato. Lo stesso pane che ogni pescatore si porta in barca per soffocare il mal di mare. In realtà lui te lo porta per spegnere il fuoco che ti esplode in bocca, dopo aver assaggiato già solo una delle sue acciughine.
Ma Nino, poiché non fa le cose per caso, non si dimentica che un pasto del genere non può non accompagnarsi con del prosecco fresco. E a questo non bada a spese. Si presenta al nostro tavolo di plastica bianco, spostando i piattini di plastica bianca, con dei bicchieri non più di plastica bianca, ma di vetro! Nino lo sa che il prosecco non si può bere nei bicchieri di plastica bianca e ce lo flûte di vetro, belli lucidi e, da esperto sommelier, stappa il vino bianco e lo versa in ogni bicchiere senza sprecarne una sola goccia.
Che esperienza, lo spuntino da Nino!

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