Sono Giovanni Berchet, Tommaso Grossi, Gaetano Cattaneo (quest’ultimo più che letterato è un disegnatore per la Zecca) e, protagonista, Carlo Porta, gli autori di una memorabile pacciàda, organizzata appositamente per loro da quella cultrice della città di Milano e della milanesità che è Giovanna Ferrante, scrittrice e giornalista meneghina doc, nel suo ultimo libro dal titolo El risott de Carlo Porta (Àncora Editrice).
Giovanna ha scritto cinque libri su Carlo Porta e questo conclude la sua “avven- tura portiana”, con la speranza di non venire smentita quando incontrerà il buon Carlo lassù (magari le dirà che lui non la pensava così…).
Così ha spiegato lei, in quel suo simpaticissimo modo di proporsi al pubblico, quando ho avuto il piacere di conoscerla personalmente alla presentazione proprio di questo libro che ha fatto qualche giorno fa alla libreria LETTORI GOLOSI di Monza (esiste luogo più adatto?).
In realtà la vera intenzione di Giovanna non era quella di scrivere un libro di gastronomia (la cucina milanese è fatta di piatti ricchi, ma non numerosi), bensì di parlare di Milano rilanciandone i sapori ghiotti, invitandoci a riscoprirli. Nella qual cosa è riuscita in pieno.
Come? Costruendo un romanzo che si apre con un articolo di giornale, che – realmente esistito – è il “Corriere delle Dame”.
Realmente diretto dalla Carolina Lattanzi, in data 12 maggio 1809, dà notizia dell’enigmatica sparizione di una giovane signora della Milano bene, moglie (felice?) di un facoltoso notaio.
Anche all’osteria, come in tutta la città, non si parla d’altro; d’altronde i due sono una coppia molto in vista e mai una parola, una chiacchiera è stata fatta su di loro…
Anche se forse, potesse parlare, c’è chi qualcosa direbbe: il Naviglio… Guardatelo, il Naviglio, è maestoso e familiare al tempo, perpetuo nel suo andare. Quante cose conosce dei secoli che ha attraversato con questo suo moto pacato, le meorie d’allora e i giochi dei bambini che oggi si divertono sulle sue rive; e i fontanili…
La matassa di quello che sembra un giallo (svelato presto e con inattesa sensualità) si sbroglia tra piatt de nervit o de vitell tonee, ciotole di busècca, fumante risotto giallo, nodini di vitello o meglio rostitt negàa, croccanti cotelètt a la milanesa accompagnate dai carciofi e gli spinaci, la famosissima cassoeula, vessillo gastronomico di Milano, e la charlotte a la milanesa, cosparsa di rhum per uno scenografico effetto flambé.
Giovanna Ferrante è bravissima a ingolosirci, con le storie di una città – Mediolanum, nome dovuto a una scrofa per metà coperta di setole ispide e per metà di lana che, ai tempi del fondatore Belloveso, si aggirava tra le vie in costruzione – che la storia l’ha fatta e che lei, dotta e ghiotta scrittrice, ci condisce con tanti aneddoti spettacolari ed inebrianti.
Come la leggenda del vino di San Colombano, il vero vino di Milano, o il grandioso banchetto per Isabella d’Aragona, l’infelicissima sposa di Gian Galeazzo Sforza.
Che non vi svelo: val la pena leggerli, insieme a tutto il resto, dalle vive parole dell’autrice, perché l’è tutt un alter savur.
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Loredana Limone








