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Il tesoro sotto terra

Si parla di biblioteche polifunzionali. Ma di bibliotecarie polifunzionali? Be’, io ne conosco una: si chiama Sara Ballis. E' una ragazza dall’entusiasmo contagioso, dalla versatilità inesauribile, dall’argento vivissimo. Atipica? Direi di sì, secondo quella che è la concezione comune di bibliotecaria: seriosa, pedante, occhialuta. Invece Sara non porta nemmeno gli occhiali. Responsabile della biblioteca di Pioltello, ideatrice di molteplici iniziative culturali che distinguono la sua biblioteca dalle altre, una sera ci ha fatto una sorpresa e ha partecipato ad un incontro di “Sapori letterari”. Il tema era: i sapori delle immagini. Ed ecco il suo racconto, ispirato da “I mangiatori di patate” di Vincent Van Gogh.

Come ogni anno era arrivato il tempo giusto: la terra marrone, un po’ secca e indurita, andava scavata e rovistata.
Era un gioco, ma quasi sacro.
La zappa in mano, i piedi piantati, la schiena un po’ incurvata e via: senza violenza, con delicatezza, quasi con rispetto della coltre che proteggeva il tesoro, si frantumava la superficie, si scavava leggermente attentissimi a “sentire”, sotto il metallo, il tubero nascosto che incontrava la zappa, fra le zolle di terra. Rotolando la terra frantumata in zolle scure, quasi nere, improvvisamente comparivano le patate: piccole, sporche, profumate di terra, profumo aspro e secco.

Il raccolto era abbondante, la terra generosa. Una volta a casa i piccoli tuberi andavano ripuliti e sciacquati sotto l’acqua, poi lessati. Un ultimo scoglio che aggiungeva valore a quel tesoro era l’operazione di sbucciatura che sembrava un gioco di giocoliere. Le mani si passavano l’un l’altra il fumante frutto che opponeva così ancora un po’ di resistenza, ma poi, dopo dolore e fatica e bruciature ai polpastrelli, ecco la patata fumante: con l’aggiunta di un filo d’olio, il migliore, e delicato, che mio nonno faceva arrivare dalla riviera ligure, la patata quasi gialla, intiepidita dai tagli che la riducevano a tocchi golosi, arrivava alla bocca.

Quel caldo tubero aromatizzato dall’olio non opponeva resi- stenza ai denti che mastica- vano; non era poltiglia, non era solida, era solo morbida e calda, aromatizzata ma piena di un sapore solo suo, dolce e consistente, caldo, gratificante, inconfondibile.

Non l’ho mai più ritrovato nelle patate di pianura che trovo al supermercato, troppo grandi e povere di sapore: mi vien da pensare “chissà come le hanno strappate alla terra, non sono state cercate con amore e curiosità, con sorpresa e neanche con rispetto, e non si donano al mio palato”.

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