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Intervista a Letizia Lanza

Antichista veneziana, laureata a Padova e perfezionata a Urbino, svolge da anni attività di ricerca e di scrittura secondo una prospettiva di filologia storico-femminile (con incursioni nell’archeologia). Numerose le sue partecipazioni a seminari, conferenze, convegni, tavole rotonde, e fattiva la collaborazione (anche redazionale) a riviste cartacee e online. Tra i libri, che superano ormai la ventina, abbiamo gustato "Ludi, ghiribizzi e varie golosità (Supernova)" cui vi rimando tramite il link correlato: Grecia, la ghiotta.


Letizia Lanza, antichista, recita la tua nota biografica. Come è nata questa passione?
A seguito dei miei studi (Diploma di Maturità classica, Laurea in Lettere antiche, specializzazione in Scienze dell’Antichità, indirizzo filologico) mi sono via via sempre più appassionata alle inesauribili tematiche che, in ogni settore, insistentemente propone l’antico con le sue mille proiezioni nel mondo moderno. Un patrimonio incommensurabile, che continua felicemente a riflettersi in tutti i campi dello scibile – specie nella produzione artistica e letteraria – del “nostro” Occidente. Faccio un unico esempio: proprio in questi giorni sto rileggendo i Racconti del Terrore di Edgar Allan Poe, zeppi di remoti richiami …

Quando hai scoperto di avere una scrittrice dentro di te?
Quando alcuni studiosi e studiose, sia delle civiltà antiche sia delle moderne letterature, mi hanno chiesto di scrivere saggi su una serie di argomenti. Da allora, ho sempre più esercitato la pratica della scrittura, che è diventata via via un desiderio intenso – se non, piuttosto, una necessità.

”Ludi, ghiribizzi e varie golosità (Supernova) è stato concepito in seguito alla Mostra “Una Spina nel Piatto”.
Sì, in questo ameno libro ho avuto modo di sviluppare ulteriormente quanto, grazie all’invito di una autorevole archeologa – che dirige tra l’altro la missione italiana di scavi a Iasos di Caria, in Turchia – cioè Fede Berti, allora direttrice del Museo Archologico Nazionale di Ferrara, ho scritto sia per i pannelli della Mostra (e il relativo catalogo, uscito a Comacchio nel 2005) sia per una comunicazione, facente parte di una fortunata serie di incontri con specialisti vari, presso lo stesso Museo.

Spina era anche una città greca adagiata sulle coste adriatiche.
Una città importante, a triplice componente etnica e con ricchissime necropoli (Valle Trebba e Valle Pega), da cui, appunto, provengono molti dei corredi conservati al Museo ferrarese (non per caso conosciuto anche come “Museo di Spina”) ed esibiti nella Mostra in questione – il cui titolo contiene in realtà un giuoco di parole: “Una Spina nel piatto”, con la maiuscola, a designare, contemporaneamente, il sito e i meravigliosi piatti (specialmente per servire il pesce), rinvenuti intatti in gran numero: sul retro di uno di essi, proveniente da Valle Pega e databile alla seconda metà del V secolo a.C., appare graffito il termine pina (= pinax, ovvero tavola, asse, per lo più di legno). Come precisa Berti nel catalogo, tra i molti manufatti esposti particolamente corposo il gruppo di piatti attici da pesce – sia a figure rosse che a vernice nera – di buona se non ottima qualità, databili tutti nel primo ventennio del IV secolo a.C., ad eccezione di un esemplare più tardo, del 350-320 ca.

Scrivendo questo libro, cosa hai scoperto sui Greci che non avresti mai creduto possibile?
Tante vicende a mezzo tra fantasia e realtà, concernenti i rapporti tra animali e umani, tranquillamente accreditate dai Greci: del resto, non è un mistero, l’assoluta intramontabilità del mito nato e cresciuto in terra d’Ellade sta anche nel fatto che, per gli abitanti, esso ha sempre rivestito un sorprendente carattere di “verità”.

Parlando di Grecia antica, è inevitabile pensare alla guerra nel Peloponneso.
Sì. Per l’appunto, un conflitto lungo e sanguinoso, scoppiato come noto nel 431 a.C. e destinato a durare, pur con una breve tregua, per oltre 25 anni, fino a concludersi con la disfatta di Atene (decisive la rovinosa spedizione in Sicilia e la sconfitta di Egospotami) e l’imposizione di durissime condizioni di pace nel 404. Combattuto tra due potenti blocchi contrapposti – Atene e le città della Lega di Delo da una parte, Sparta con gli alleati della symmachia peloponnesiaca dall’altra – non a caso etichettato da Tucidide, in apertura delle sue Storie, come «il più grande sommovimento» per i Greci, una parte dei «barbari» e, in qualche modo, per la «maggior parte degli uomini» (1. 2) – la guerra del Peloponneso ha rappresentato l’inesorabile parabola discendente per la già gloriosa Atene e la fine dei suoi molti appetiti espansionistici, per il quali non è improprio parlare di imperialismo.

Com’era la vita quotidiana ai tempi di Pericle?
Al di là dei problemi relativi alla guerra, lasciando da parte gli “esclusi” – totalmente (gli schiavi) o parzialmente (i me- teci, le donne) – per limitare il discorso ai cittadini ateniesi (ovviamente, i privilegiati, ossia a dire i liberi maschi adulti, con entrambi i genitori ateniesi e di condizione agiata: una mino- ranza rispetto al totale degli abitanti del territorio) per lo più soddisfacente, considerata la partecipazione attiva alla vita economico-politica della città e l’estrema ricchezza dell’offerta culturale: basti pensare alle meraviglie di Fidia sull’Acropoli o agli spettacoli teatrali, a mio avviso insuperati nei secoli. Tutt’altro discorso va fatto sia per i cd. alleati della Lega delio-attica (pesantemente sfruttati e ormai ridotti a “sudditi”) sia per gli strati più bassi della popolazione di Atene e dintorni, che vivevano in una condizione certamente difficile, se non molto dura.

Il personaggio greco che ti è più simpatico.
Aspasia di Mileto, splendida e geniale etèra. Amatissima da Pericle – il quale per lei arriva a ripudiare la sposa legittima, a dispetto dei vincoli di parentela e della duplice maternità – a stare alle fonti la fascinosa Aspasia svolge un ruolo di primo piano nella vita culturale di Atene ed è apprezzata in particolare nella cerchia socratica, se è vero che Platone, nel Menesseno, finge che Socrate abbia appreso da lei l’eloquenza. Sul contrapposto versante, la troppo influente etèra viene attaccata dai poeti comici, anzi tutto da Aristofane, che non si perita a presentarla come prostituta, tenutaria di un bordello (Acarnesi 526-527), e per questo deve anche subire un processo, nell’ambito del quale tuttavia – racconta Plutarco nella Vita di Pericle – lo statista, assunta personalmente la difesa, perora la causa con tale passione da non peritarsi a piangere in pubblico, suscitando così la commozione generale e guadagnando l’assoluzione da parte dei giudici

E quello che butteresti dalla torre.
Efialte figlio di Euridemo, della Malide: infido personaggio che Erodoto – esplicitamente negando la corresponsabiltà di altri pur menzionati (Onete di Caristo figlio di Fanagora e Coridallo di Anticira) – indica come «colpevole» (7. 214) del tradimento dei trecento Spartiati (appositamente scelti da Leonida tra quanti avessero figli, affinché in caso di morte la famiglia non si estinguesse) rimasti nel 480 a.C., assieme agli scarsi contingenti di Focesi e Locresi, a presidiare le Termopili contro lo sterminato esercito dei Persiani invasori. Secondo lo storico di Alicarnasso, il re persiano Serse era incerto sulla strategia da seguire, ed Efialte, credendo di ottenere un ingente premio, gli rivelò l’esistenza di un sentiero attraverso i monti, causando così la rovina dei suoi connazionali attestati al passo. Uno dei tanti “traditori per 30 denari”, che da sempre infestano il mondo, in ogni epoca e a tutte le latitudini.

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