Racconta, ho detto. Dunque il cibo è espressione, e lo si può paragonare al linguaggio.
Così come per fare una frase utilizziamo il menù grammaticale composto da soggetto, predicato, complemento oggetto, eccetera, per fare un pranzo utilizziamo il menù gastronomico composto dal primo, secondo, contorno, eccetera.
E’ sempre maggiore l’interesse che gravita intorno all’argomento cibo, stimolo non solo per le papille gustative.
Ora immaginiamo un banchetto con sette sontuose portate: così si presenta Misticanze (Garzanti), del noto autore di saggi, nonché storico della lingua e critico letterario, Gian Luigi Beccaria. Ogni portata è un capitolo: gustoso, ricco, intrigante, appetitoso.
Il libro inizia con la ricca cucina dei signori del Trecento e Quattrocento dove un pranzo, mai meno che scenografico, era il trionfo dell’immagine: pavoni bianchi adornati di perle, coralli e fettucce d’oro et argento, Idre con sette teste di pasta frolla, un Ercole di pasta reale con la mazza in mano, alicorni simili alli leoni.
Sì, perché la cucina ha sempre scatenato invenzioni e fantasie, sorpresa e spettacolo, a cominciare dalla famosa cena di Trimalcione dove si poteva incontrare di tutto: da un asinello con bisaccia, che aveva olive bianche in una tasca e nere nell’altra, a una gallina di legno con l’ali aperte a cerchio nell’atto di covare uova di pavone, ma di pastafrolla, con dentro per sorpresa un beccafico bello grasso.
Il cibo è nomenclatura, è ricchezza verbale: ecco perché nelle pagine del Beccaria incontriamo numerosi prosatori, eccelsi descrittori di tavole imbandite e di cibi: Flaubert, con la cucina golosa di Madame Bovary; Joyce, che a Dublino ci fa gustare il pudding, il prosciutto e una grassa oca dorata; lo stesso Manzoni, fine descrittore di banchetti e di taverne; Calvino, che troviamo dentro una charcuterie parigina o al museo dei formaggi; Pascoli, che descrive sua sorella Maria quando gli prepara una piadina grande quanto la luna… solo per citarne qualcuno.
Molto spesso, infatti, la scrittura prende spunto dai sapori, da assaggi di bevande e cibo; diversi romanzi hanno come cornice, ad esempio, la consumazione di un pranzo oppure luoghi nei quali, per un motivo o per un altro, c’è del cibo. Con gli scrittori, la gola passa attraverso l’occhio: leggendo, non vi è mai sembrato di sentire nuovi sapori, quasi che le parole ricucinassero il tutto?
Con questo gustoso testo, Gian Luigi Beccaria ha saputo sapientemente, generosamente, dosare e chiosare autori e opere, regalandoci atmosfere particolari e lasciandoci l’acquolina in bocca.
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Loredana Limone








