L’Osteria dell’Aurinale ha una grossa insegna, con appeso un vaso da notte di coccio, e si trova in una piazzetta animata da numerosi passanti, non lontano alla Giudecca, il quartiere dove vivono gli ebrei napoletani.
I due forestieri sono vestiti meglio di ogni altro cliente e per questo l’oste si precipita ad accoglierli non appena li vede varcare la soglia e scendere i tre gradini che portano al pavimento di terra battuta, chiedendo loro se vogliono desinare. Sua moglie Menechella, la migliore cuoca della città, ha preparato una zuppa di rape e cotiche che, annaffiata col vino del Vesuvio, può far resuscitare i morti, e nel forno cuociono delle palommielle degne della mensa del re.
Siamo alla fine del 1200 e a Napoli, dalla lontana Lombardia, sono giunti due cavalieri, se non proprio per far resuscitare un morto, per qualcosa di molto simile. Sono infatti alla ricerca dell’ultimo erede del casato Hohenstaufen, il figlio che Corradino di Svevia pare abbia avuto da una vergine napoletana la notte prima di essere decapitato, appena sedicenne, per volere di Carlo d’Angiò, attuale re usurpatore, nella piazza del Moricino circa venticinque anni prima.
Il popolo di Napoli vive nella miseria, persino un misero tozzo di pane è sogno o utopia, gli angioini sono crudeli e, specialmente al Nord Italia, molti sono ancora fedelissimi agli Svevi. Perciò il nobile Giovanni Vezzani da Modena e il saraceno Yusuf Ibn Gwasi al-Kalsa, che aveva combattuto a fianco di Federico Barbarossa, cercano un ragazzo che la leggenda narra essere nato dall’unica notte d’amore tra il deposto imperatore e la figlia di un fabbricante di spade napoletano
Il ragazzo esiste veramente, come i due scopriranno poi, e, nonostante i suoi per metà nobili natali fa un mestiere che di regale ha ben poco: svuota le latrine della città, e abita in un luogo che è ben diverso dalle residenze reali dei suoi avi: le catacombe di Napoli, nel buio pesto, in compagnia dei teschi e degli scheletri.
La crociata dei due fedelissimi sembra tratta da un appasionato volume di storia, tanto appare reale (e chissà che non lo sia); invece il libro che la narra è un romanzo, un meraviglioso romanzo di Giuseppe Pederiali intitolato La vergine napoletana (Garzanti) che, con un susseguirsi di avventure imprevedibili (un colpo di scena quasi ad ogni capitolo), narra di storie - di guerra, d’amore, di lealtà, di grandi ideali - che hanno fatto la storia, o che vorremmo l’avessero fatta.
Sullo sfondo di una Napoli (finalmente) dipinta nella sua struggente bellezza e nei suoi incantevoli, interminabili contrasti. E non come al solito usata e bistrattata.
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Loredana Limone

















