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Fino all’ultima briciola

Tanto è stato detto sul pane, ma tanto può esserci ancora da dire.

Lo dimostra l’affascinante viaggio tra storia, antropologia, religione e sapore che possiamo fare, accompagnati da Pedrag Matvejević, leggendone l’ultimo libro intitolato Pane nostro (Garzanti).

Matvejević, accademico e scrittore croato di fama mondiale, ha al suo attivo libri di tutt’altro argomento (ved. biografia al link correlato) e oggi ha dato alle stampe un’opera che aveva nel cuore sin da bambino, sin da quando suo padre gli narrò di un insperabile e meraviglioso episodio di grande umanità di cui egli stesso fu protagonista nel ’43, durante il terribile periodo nel quale era stato condannato ai lavori forzati nella Germania del Nord. Non sto a riportare altro: vi toglierei il gusto di leggerlo.

Ma quel racconto – che ha impiegato vent’anni a trasformarsi in libro – ha condotto l’autore molto lontano, fino a quella pietra primitiva dove i nostri antenati fecero cuocere la prima focaccia; anzi ancora più indietro: fino a quella spiga dorata che, con l’ordine dei chicchi nel suo interno, catturò lo sguardo del primo uomo.
E quando quel primo uomo divenne agricoltore, e il chicco crudo fu macinato e trasformato in farina, quando la farina fu impastata e cotta, e diventò focaccia, la storia dell’uomo cambiò e il pane divenne parte del destino umano.

Nei sette capitoli che compongono il libro, l’autore ci porta alla scoperta dei sapori del pane attraverso la religione, la storia, la letteratura, la mitologia, e forse principalmente attraverso i nostri cinque sensi, che ognuno a modo proprio, sono collegati al pane. Il suo profumo è quello che più si distingue. Non raggiunge solo le narici, ma per loro tramite s’introduce nel nostro corpo, lasciando la sua traccia. E vi resta insieme con i ricordi acquisiti in famiglia e nel paese natio, nell’infanzia e in gioventù.
Anche il sapore del pane è legato ai ricordi, a quelli più recenti e a quelli remoti. Non si dimentica nemmeno il contatto con il pane. Se la crosta è dolce o ruvida, e la mollica morbida o compatta. In che modo le dita e la mano intera lo afferrano e lo tengono o lo spezzano. A chi e quando lo offriamo. Come e dove lo impastiamo. Naturalmente la vista ha i suoi parametri di misura, e se il suono, quando una fetta di pane cade dalla mano è impercettibile, be’ anche questo, forse, è un segno.

Dov’era il padre dei nostri padri, cioè quel primo uomo ,e dov’era quella prima prima spiga che hanno generato tutto ciò? In Mesopotamia, in Etiopia, in Eritrea, lungo il Nilo? Poco importa.

“Non ho visitato il mondo, ne so poco del pane, così diceva il pellegrino. Il pane per me è il mondo” scrive l’autore.
Questo mondo dove ancora oggi, nel ventunesimo secolo, miliardi di esseri umani soffrono la fame e desiderano il pane.
Ancora oggi è così che finisce la storia del pane, purtroppo. Ma forse, lottando fino all’ultima briciola, si potrà scrivere un epilogo diverso.

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Commenti dei lettori

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    26 Sep 2010 - 19:41 - #1
    0 punti
    Up Down

    Loredana Limone è straordinaria: a me non è mai venuto in mente di legare letteratura a gastronomia, forse perchè mia madre odiava cucinare e tutto ciò che era attinente al “mangiare”. Lo considerava una attività “inferiore”
    Invece ho riscoperto sapori, profumi, colori(le ciliegie) attraverso i suoi originali corsi di scrittura.
    Brava Loredana!