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Storia di un amore impossibile (ma con lieto fine)

Con molto entusiamo è ripreso il laboratorio di scrittura creativa gastronomica "Sapori letterari" in quel posto gioioso che è la libreria "Lettori Golosi" di Monza. Questo secondo modulo vede la partecipazione di nuovi allievi, ma anche di alcuni fedelissimi, come Francesca Viganò: un nome da tenere a mente, una ragazza di innegabile talento e... golosa fantasia.


Lei si chiamava Maj-Britt. O meglio, questo era il nome che lui le aveva dato.
Nelle poche ore di sonno che gli concedevano le sue notti di maschio in carriera, equamente suddiviso fra lavoro, palestra, locali, donne e amici, lei gli appariva in sogno: opulenta, cremosa, abbondante. In una parola, bella. Bella e vera. E altrettanto inavvicinabile.
Faceva sogni di marzapane, in cui lui e la sua Maj-Britt si rotolavano avvinghiati in nuvole di zucchero filato, in un’estasi d’amore a tasso glicemico pericolosamente alto.

Ma, si sa, i sogni son desideri chiusi in fondo al cuor ecc. ecc, e in certi casi lì devono restare. A meno di non voler rischiare di perdere tutto. E lui questo non poteva permetterselo.
Aveva lavorato troppo a lungo e troppo duramente per trasformarsi dal ragazzo tracagnotto e insicuro in quello che era ora: il corpo scolpito, l’abbronzatura perfetta, il capello spettinato ad arte, con una spruzzata di grigio ai lati che dava quel tocco in più alla sua aria di uomo che non deve chiedere mai. No, portare la sua Maj-Britt fra gli amici, quell’elite nevrotica e anoressica che stava in piedi a sushi e caffeina, sarebbe stato un suicidio sociale. Per non parlare di quello che avrebbero fatto a lei: l’avrebbero sbranata, cannibalizzata, annullata in un’orgia di invidia e di sensi di colpa. Lei, che era così bella e dolce, e innocente.

Si limitava quindi a lanciare sguardi furtivi al di là del vetro del suo negozio, spiandola, non visto.
Non che lei lo avesse mai degnato di uno sguardo, intendiamoci. Di uomini come lui, Maj-Britt non sapeva cosa farsene. Lui capiva, e si rassegnava a questo amore impossibile ingozzandosi di frullati vitaminici e centrifughe di verdure, mentre sognava pranzi luculliani dove lei, Maj-Britt, lo stuzzicava maliziosa e invitante, avvolta in un abito di panna e zucchero a velo, fino a che lui non scaraventava tutto il resto per terra e si gettava su di lei, facendola sua.

Ma la tragedia era dietro l’angolo e, precisamente, si scatenò un lunedì mattina di primavera.

Quel giorno infausto, il sole si stava appena alzando quando lui, pregustandosi già la goduria visiva che solo la sua Maj-Britt era in grado di offrirgli, si appostò con un certo anticipo davanti alla vetrina del negozio, fingendo di guardare le cose esposte. Voleva spiarla, non visto, nella luce pigra dell’alba, che la faceva apparire ancora più bella e desiderabile.
Ma di Maj-Britt nemmeno l’ombra. Aspettò un po’, sorseggiando la solita dose di espresso rigorosamente senza zucchero, temendo il peggio. E quando, dopo un’ora, Maj-Britt non si era fatta vedere, capì che il suo peggior incubo si era avverato: gliel’avevano portata via, qualcuno con più coraggio e meno fisime di lui si era impossessato del suo cuore di panna. Ma questo non poteva accettarlo, semplicemente non poteva.
Spalancò la porta del negozio e si precipitò al bancone dove una signora mai vista prima incartava dolcetti al cioccolato con movimenti lenti e precisi.

“Dov’è Maj-Britt? Me lo dica, la prego, dov’è andata? Chi se l’è portata via?”

La donna lo guardò spaventata, considerò per un attimo l’ipotesi di chiamare la polizia ma qualcosa nello sguardo dell’uomo le disse che non era cattivo, solo molto, molto infelice. Così, con la dolcezza di cui solo le pasticcere sono capaci, gli chiese:

“Sono nuova, non conosco Maj-Britt. Mi parli di lei, magari posso aiutarla.”

E l’uomo, di fronte a tanta dolcezza cui non era abituato chinò il capo e cominciò a raccontare della sua passione infelice per Maj-Britt, la più bella, dolce, grossa e cremosa meringa alla panna che avesse mai visto.
E la pasticcera, che come tutte le pasticcere sapeva leggere nell’anima della gente, capì subito cosa doveva fare.

“Mi aspetti qui,” gli ordinò con voce gentile ma determinata. L’uomo obbedì.

La pasticcera tornò pochi minuti dopo con un vassoio enorme, sul quale stavano languidamente adagiate non una ma cinque meringhe alla panna, una più bella e abbondante dell’altra.

“Ecco, tenga, se le porti via tutte, sono sue. E si dimentichi di Maj-Britt, che, dopo tutto, era una meringa un po’ facile. E anche un po’ vecchiotta. Queste sono tutte per lei; ma non se le lasci scappare però. E quando ne vorrà ancora, sa dove trovarmi.”

Lui guardò la pasticcera, colmo di gratitudine, poi prese il vassoio fra le mani, come se fosse una reliquia preziosa, e abbassò lo sguardo sulle grosse e fresche meringhe.
E fu amore a prima vista.
 

Nota dell’autrice: ogni riferimento a Stefano Benni e a Joanne Harris NON è casuale.

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