E’ una lunga, partecipata e a tratti emozionante lettera, quella che il protagonista di Cous cous e altri racconti (Mursia), ultimo libro di Stefano Bigazzi, noto giornalista di Repubblica che oggi approccia la narrativa nel modo più gustoso, scrive ad un amico, forse ipotetico, e gli racconta una ricetta: quella del cous cous. Ma è solo una scusa.
Ho detto ipotetico perché spesso, durante la narrazione, si ricava l’idea di un cuore che abbia avuto la necessità di aprirsi e raccontarsi.
Capita, a un certo punto della vita.
Due sono i primi messaggi che colgono nel segno. Uno: che l’amicizia è tanto più preziosa quanto più c’è rispetto, ma la cosa particolare è che, il rispetto, il nostro epistolografo lo manifesta con un affettuoso lei che, anziché allontanare, avvicina. Due: che oggi si scrive molto più di prima, ma per dire molto meno e il destino dei moderni messaggi elettronici è transitare nell’etere per poi finire nella posta eliminata… senza aver avuto un corpo e forse nemmeno un’anima.
Ecco perché, quando il nostro scrittore si chiede se abbia ancora senso usare carta e penna, una busta, la nostra risposta è sì, certamente sì, e che un senso ce l’avrà sempre!
Con una penna in mano, dunque, l’autore meglio riesce ad esplorare la propria vita, a riportare a galla il passato e a consegnare alla carta momenti e gesti che non vuole far svanire. E risale alla sua giovinezza, all’inizio della sua carriera, quando pur avendo un tetto sopra la testa non disponeva di una cucina dove prepararsi i pasti, quando la sua vita era una via di mezzo tra quella di un clochard e un bohémien.
Quando il cous cous entrò nelle sue abitudini alimentari, non per moda o per esotismo, ma per pura necessità.
Avvenne in un piccolo locale - egli ricorda - dove servivano specialità arabe: il cibo che più lo saziava, che più lo scaldava, forse il più conveniente, era appunto il cous cous consumato al bancone velocemente, come gli altri avventori, per lo più nordafricani.
L’Africa… una terra separata dalla nostra terra…
Il cous cous non può non farci pensare al mare, questa pozza d’acqua che guardiamo tutti un po’ con struggimento e chiamiamo Mediterraneo che ha un corrispettivo, un’altra riva. Dalla quale proviene questa intrigante pietanza, un vero regalo per noi avvolto nelle pagine di una storia gastronomica iniziata forse nella lontana Cartagine, la cui preparazione è lenta, come la descrive Bigazzi, è come un rito da officiarsi con la massima attenzione.
Come dovrebbe essere vissuta la vita.
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Loredana Limone








