Mentre tutti, a cominciare dalla sua classe dirigente, la bistrattano e ne fanno (storia vecchia) un pessimo fenomeno da baraccone; mentre i suoi figli scrittori ivi residenti la usano lucrando sulle sue disgrazie per vendere libri; mentre la spazzatura (solo mediatica? ai posteri l’ardua sentenza) che tocca per l’ennesima volta gli alti vertici e il loro contorno viene mescolata per l’ennesima volta alla spazzatura napoletana (si vorrà mai risolvere il problema?); mentre il quadro della città che si vede dall’esterno è lordo e puzzolente… c’è chi con amore e dedizione, Napoli, la decanta e la onora.
Perché la porta dentro, come la casa amata, quella dell’infanzia cui si ritorna sempre anche quando non c’è più, e di cui si aprono le finestre, dieci, cento, mille finestre si aprono per catturare quel vento che trasporta illusioni, e ciascuna di queste, per ogni nota che ruba, rende un profumo. E’ il profumo del basilico, del pomodoro… E’ il profumo di casa.
E così a Napoli i sensi si confondono in una sola unica percezione, quella della sensualità di una città fatta di visioni, di suoni, di gusti e di profumi.
E’ Edmondo Capecelatro, autore de La cucina napoletana (Ponte alle Grazie), ad aprire queste finestre per omaggiare la sua città che ha dovuto o voluto (poco importa) lasciare, forse cercando ancora con lo sguardo del cuore di mettere a fuoco la figura della sirena Partenope che dal golfo più bello del mondo deliziava i napoletani con il suo dolcissimo canto.
E’, questo, un libro che si legge come un romanzo d’amore e di mistero sullo sfondo della Neapolis greca o della Napoli capitale borbonica, che si gusta come se veramente si fosse di fronte al banco del maccheronaro, o seduti ad un tavolo della pizzeria Brandi (oggi degli eredi di quel famoso Raffaele Esposito che diede vita alla pizza Margherita), o davanti a una sontuosa pietanza ad opera dei famosi monzù (storpiatura di monsieur, appellativo dei capocuochi francesi delle residenze aristocratiche napoletane).
Le precise ricostruzioni storiche, i divertenti aneddoti, gli affreschi descrittivi all’ombra del Vesuvio che l’autore generosamente regala a noi lettori, ci conducono alla soglia di un ricettario composto da quelle pietanze che sono strettamente legate alla tradizione culinaria partenopea e ne costituiscono le sue specifiche peculiarità, alle quali s’intrecciano piatti nuovi spesso di casuale invenzione.
Fellata, alici marinate, polpo all’insalata, pomodori imbottiti, sauté di vongole, costituiscono l’appetitoso antipasto che prelude a un ventaglio di invitanti primi piatti che vanno dai maccheroni lardiati ai manfredi con la ricotta, dalla minestra maritata ai paccheri con il coccio, dalla pasta fagioli e cozze al sartù di riso e ai semplicissimi, ma oltremodo gustosi, vermicelli al pomodoro e basilico.
A seguire non c’è che l’imbarazzo della scelta tra i secondi di carne e di pesce: braciole, capretto al forno, cervellatine, baccalà in bianco o fritto, una modesta frittura di paranza o un signor pesce spada arrostito.
E poi contorni, sfizi, dolci e quel caffè che a Napoli è un arte, un arte antica.
——————————————————————————————————
Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi essere sempre aggiornato, inviando una semplice e-mail a: letteraturagastronomica@supereva.it puoi iscriverti gratui- tamente alla NEWSLETTER DELLA GUIDA DI LETTERATURA GASTRONOMICA.

Loredana Limone








