Questo sito contribuisce alla audience di

La Confraternita delle Streghe Autogestite

Un racconto di Halloween, scritto da Francesca Viganò (la cui bravura già conosciamo grazie a "Sapori letterari"), corredato da una ricetta che fa resuscitare i morti. Sul serio.

“E questo cosa sarebbe? Quelle cosa sarebbero?”
Grimilde sventolò il volantino sotto il naso di Amelia.
Il pezzo di carta diceva:
“La discoteca Altro Mondo ti aspetta per festeggiare insie- me Halloween, la notte delle streghe. Con cocktail stregati e musiche indiavolate. DJ Pablo. Chiamaci per prenotare.”

Ma la cosa inquietante non era tanto il testo, quanto l’immagine di tre ragazze in giarrettiere, calze a righe e stivaloni in posa provocante di fronte ad un falò.
“Almeno ‘streghe’ avrebbero potuto scriverlo maiuscolo.” Grimilde pestò stizzita un piede a terra, facendo tremare i vetri. Un odore pungente di fumo iniziò a diffondersi per la casa.
Grimilde era una strega tradizionalista, sindacalizzata fino all’osso e socia onoraria del Movimento Femminista per la Rivalutazione dell’Immagine della Strega. Era anche molto suscettibile, soprattutto in materia di uomini, facilmente soggetta a crisi isteriche e propensa all’invidia.
“Non sanno niente di noi. Non sanno cosa vuol dire essere strega, non sanno quello che abbiamo dovuto subire in passato. Come si permettono di…”
“Grimilde, ti prego! Non ricominciamo con la solita storia sulla distorsione culturale della figura della strega, ormai la conoscono anche i muri.” Amelia, che era invece una strega pratica e non era nemmeno iscritta al sindacato, non riuscì a trattenersi. Ogni tanto Grimilde perdeva il senso della misura e si rifiutava di capire che ormai le cose andavano così, e bisogna adeguarsi.
Inoltre Amelia, con una figlia piccola che muoveva i primi passi nel mondo degli incantesimi e trasformava in ragni tutto ciò che le capitava a tiro, la retta salata della scuola da pagare e la boutique di filtri e incantesimi che stava risentendo della crisi, aveva ben altri problemi cui pensare.
Certo, però, che quell’immagine così poco realistica che il volantino dava delle streghe la disturbava non poco.
“Sentite questa.” Morgana, che fino a quel momento era rimasta in silenzio sul divano a sfogliare il giornale, come sempre un po’ distaccata e annoiata da tutto ciò che non la riguardava in prima persona, si schiarì la voce e cominciò a leggere.
“Halloween Politicamente Corretto. In molte scuole Usa vietate armi di plastica e maschere horror. Per una svolta buonista. WASHINGTON – Sorpresa: Halloween non deve più essere la festa delle streghe, dei vampiri, dei mostri, degli zombie e via di seguito. Deve essere la festa dei “pets” o animali domestici, delle fiabe, del buonismo e della storia. Invece di terrore - e risa - deve suscitare buoni sentimenti. Lo decretano, riferisce il New York Times pubblicando le foto dei travestimenti consigliati e sconsigliati ai bambini, sempre più scuole. In questa versione politically correct, Halloween si ispira a film come Il mago di Oz e ai capolavori della Disney. Fate, non streghe insomma. Ma vi rendete conto? Fate e non streghe! Ma cosa ne sanno loro delle fate? Cosa ne sanno loro di Halloween?”
Vedere Morgana, solitamente impermeabile a ogni emozione, così arrabbiata preoccupò Amelia e zittì Grimilde.
“Qui bisogna fare qualcosa,” disse Morgana alzandosi di scatto. “E subito.”
“Ciao ragazze! Fare cosa?”
Margherita atterrò elegantemente al centro della sala su una scopa firmata nuova di zecca. Margherita adorava le entrate scenografiche e i vestiti di Viven Westwood – che, nessuno lo sapeva, era una di loro.
“In nome della dea, Margherita, i tuoi capelli…” Morgana non tentò nemmeno di nascondere il disgusto.
“Piacciono?” Margherita scosse le lunghissime ciocche ondulate e ora di un preoccupante colore biondo platino.
“Fanno pensare a una…” Grimilde si avvicinò, studiando la nuova capigliatura di Margherita e cercando un paragone adatto.
“Grimilde!”, la interuppe Amelia che sapeva bene come rischiavano di evolversi le cose, e cioè in rissa.
“Oh, insomma! Siete sempre così serie voi ragazze. Dobbiamo divertici, siamo giovani. È Halloween!”
Margherita volteggiò su se stessa e Grimilde sollevò uno dei suoi famosi sopraccigli arcuati, di cui andava molto fiera, e scosse la testa. “Se ti vedessero quelle del Movimento…”
Ma Margherita la ignorò, come sempre, e si rivolse ad Amelia. “È sempre così nervosa da quando quel guardiacaccia l’ha lasciata.”
“Non ti permettere, sai! Tu non lo conosci nemmeno, non sai come sono andate le cose, se non fosse stato per quella finta santarellina da quattro soldi di Biancaneve, io…”
“Smettetela!” Morgana le richiamò all’ordine. “Ritorniamo a noi, per favore. Tu, leggi qua.”
Morgana passò il giornale a Margherita che inforcò gli occhiali e lesse attentamente e alla fine commentò con un fischio sonoro.
“Vuoi dire che questi mortali pensano ancora che le fate siano creature buone? Poveretti, sono culturalmente molto arretrati.”
“Tutto questo buonismo mi dà al voltastomaco,” Grimilde piegò gli angoli della bocca color rubino in una smorfia di profondo disgusto.
“Il problema è che ci stanno portando via Halloween,” sospirò Morgana.
“E lo stanno svuotando del suo vero significato,” Amelia aggiunse. “Una festa così antica, e sacra per tutte noi.”
“Era la festa di fine estate. Un rito molto importante per la mia gente.” Gli occhi di Morgana si fecero distanti, oscurati da un velo di tristezza. “Era il momento della raccolta delle messi, della macellazione del bestiame e della preparazione delle provviste per l’inverno, quando il pericolo della carestia era reale e il cibo era scarso. Ma era, ed è tutt’ora, un rito sacro, propizio. Il momento in cui vivi e morti possono rincontrarsi. Vi partecipai diverse volte ad Avalon, fino a che mio fra… Re Artù non lo fece abolire per volere di quella bigotta fedifraga che..”
Un lampo accecante andò a schiantarsi proprio nel mezzo della stanza, seguito da un tuono fortissimo che fece tintinnare i cristalli Baccarat di cui Morgana andava tanto orgogliosa.
“Morgana,” Amelia le posò una mano sul braccio. “Lo sappiamo, cara, ora basta. Torniamo al punto.”
Gli occhi di Morgana, che avevano iniziato a fiammeggiare – e non in senso figurato - come sempre accadeva quando nominava Artù e Ginevra e, ancora peggio, Lancillotto, tornarono lentamente al loro colore naturale e i cristalli smisero di tintinnare. Morgana fece un profondo respiro e riprese il proverbiale self-control.
“Un dolcetto?” Chiese poi sorridendo, come se nulla fosse successo.
Margherita guardò con sospetto i dolcetti a forma di dita mozzate che Morgana le stava porgendo.
“Cosa sarebbero, cara?”, chiese dubbiosa.

“Le dita dei morti,” rispose Morgana, sempre sorridendo.
“Oh per la dea, chi è morto?”
Morgana sospirò. Cominciava a sentirsi troppo vecchia per queste cose.
“Nessuna, Margherita, sono semplicemente dei dolcetti di farina, uova, mandolre e succo di fragola che SEMBRANO dita di morto. Ma non lo sono. Lo sai benissimo che hanno abolito questa tradizione tanto tempo fa. Purtroppo.”
“Oh!”
“È che è tutta colpa di quei bigotti mortali,” riprese Morgana, come se non avesse mai cambiato argomento, “che si sono appropriati dei nostri riti, li hanno caricati di colpe e di peccati e trasformati in qualcosa di alieno e di opposto rispetto al loro significato originario.”
“È vero, sono così noiosi,” disse Margherita ficcandosi in bocca un dito di morto.
“E quindi che si fa?” chiese Amelia. “Un bell’incantesimo generale che trasformi tutti in sabbathisti convinti?”
“Per carità… E poi scatenare un’atra caccia alle streghe?” Morgana scosse la testa. “Qui ci vuole un piano. Una strategia. Io suggerisco di andare in avanscoperta, vedere come i mortali festeggiano Halloween. E poi decidiamo il da farsi.”
“Sì ma non dovremmo prima informare il sindacato?”
“Il sindacato? Così passano altri duecento anni prima che qualcuno ci degni di attenzione? Svegliati Grimilde, qui dobbiamo arrangiarci. Autogestione, ragazze, questa è la parola d’ordine.
“Va bene, ma dove andiamo? Noi non ne frequentiamo di mortali.”
Questo, in effetti, era un problema non di poco conto.
“Ehi!” Marghera si illuminò tutta. “Io ho un invito per una grande festa in maschera, in palazzo, a Paris, niente meno!”
“Parigi? E come ci sei finita tu sulla lista degli invitati alla festa in un palazzo di Parigi?” Grimilde non riuscì a nascondere l’invidia e, come sempre le accadeva in quelle circostanze, cioè molto di frequente, il candore luminoso della sua pelle cominciò ad assumere un tono verdastro piuttosto inteso.
“Beh, ho conosciuto questo tipo, un principe. Di un carino… Era a cena in questo localino molto intimo con la sua fidanza quando…”
“E com’è questo tipo?” tagliò corto Amelia. “Affidabile?”
“Ricco. Schifosamente ricco. Infatti il palazzo è suo.” Margherita scoppiò a ridere gettando il capo all’indietro.
“E che ne è stato di quel tuo maestro?”
“Oh, quello!” Margherita fece un gesto spazientito con la mano. “Un tale morto di fame. Non dico da in un ristorante in centro, ma almeno i soldi per una pizza… Niente!”
“Siamo sicure che l’invito sia aperto anche a noi?”
“Certo! C’è scritto che sono invitata al ballo in maschera di Halloween presso Palais Bleu bla bla bla e che posso portare chi voglio. Quindi siamo sistemate, ragazze.”
“A che ora inizia la festa?”
“Alle dieci.”
“Alle dieci! Solo i comuni mortali possono iniziare una festa alla dieci. Sarà meglio iniziare a prepararsi. Il viaggio fino a Parigi sarà piuttosto lungo, almeno un’ora in tempo-scopa.”
“Sì ma è un ballo in maschera, da cosa ci vestiamo?”
Morgana, Amelia e Grimilde si scambiarono uno sguardo rassegnato.
“Non lo so, Margherita, tu da cosa vorresti vestirti? Da damina? Da fatina? Sei una strega, per la dea, e vestiti da strega!”
“Bene, sarà meglio prepararsi, ma prima propongo un brindisi con questo coctkail di mia invenzione, che ho battezzato ‘Il sangue della vergine..”
“È molto rosso…” notò Margherita con una nota di preoccupazione.
“È succo di pomodoro con vodka, bevi e taci!””
Morgana versò nei calici un liquido rosso cupo, dal profumo intenso, e poi sollevò il proprio bicchiere.
“Alla confraternita delle streghe autogestite!”

***
Se un povero turista si fosse per caso avventurato quella sera per le viuzze ripide e buie di Margoria, si sarebbe stupito, incuriosito o forse anche spaventato dalla lunga processione di uomini e donne con lunghi mantelli neri, strani cappelli a punta e scope sottobraccio che si incamminavano veloci chissà dove. O forse, nella sua ingenuità, il turista avrebbe pensato che si fosse trattato solo di abitanti che, per tradizione o curiosa coincidenza, si erano mascherati tutti da streghe e maghi.
In realtà, gli abitanti di Margoria si vestivano sempre così perché loro erano streghe e maghi. E il motivo per cui andavano di fretta era perché, di lì a poco, molti di loro sarebbero partiti a bordo delle loro scope, monoposto, biposto o familiari, per raggiungere Knocknashee, uno dei pochi luoghi ancora rimasti dove quella notte si sarebbe celebrato il rito secondo la tradizione, e la collina si sarebbe illuminata a giorno alla luce dei falò e i vivi e i morti si sarebbero finalmente rincontrati e avrebbero banchettato insieme.
Solo quattro figure, e una figuretta più piccola, camminavano controcorrente in quella fiumana scura.
“Ma non potevi chiamare una babysitter?” Grimilde rivolse l’ennesimo sguardo seccato alla bimba che camminava silenziosa per mano ad Amelia.
“Scherzi? Con quello che costano. E poi, che fastidio ti dà?”
“Amelia ha ragione, Grimilde, che fastidio ti dà? È così carrrrrina. Da cosa ti sei vestita bella bambina?” Margherita diede un pizzicotto alla guancia della bimba e subito la sua bella e delicata manina si riempì lunghi e ispidi peli neri.
“AHH! Piccolo mostro orripilante! Che cosa mi ha fatto? Amelia, dille di fare ritornare la mia mano com’era. SUBITO!”
“Calma Margherita, non c’è bisogno di diventare isteriche. Non le piace essere toccata. Non fare tante scene, adesso passa. È nella sua fase sperimentale. Gillian,cosa ti ha detto la mamma a proposito degli incantesimi?”
La bimba abbassò gli occhi, contrita, ma un angolo della bocca si sollevò in un ghigno compiaciuto. Lei e Morgana si fecero l’occhiolino.
Arrivarono alla rocca di lancio alle nove in punto. Tirava molto vento e la luna appariva e spariva fra le nuvole. Morgana stese un braccio e subito un barbagianni nero e con gli occhi gialli arrivò in volo e vi si appoggiò sopra.
“Bravo Mordred, adesso guidaci tu.”
“E quello chi diavolo è?” Chiese Margherita.
“Il nostro navigatore satellitare. Signore, siete pronte?”

***
Più che un palazzo sembrava una vera e propria reggia, come quelle delle favole, illuminata a giorno da luci colorate, con grandi vetrate, da cui si intravedevano enormi lampadari in cristallo, e circondata da un giardino immenso dove almeno una decina di fontane faceva giochi d’acqua a tempo di musica.
Margherita fischiò e Grimilde borbottò qualcosa a proposito di ingiustizia e di uomini dal pessimo gusto.
“È tutto così… kitch.” Morgana passò un dito sul portone in mogano, “e polveroso.”
Il portone si aprì prima ancora che Morgana toccasse il pesante battente.
“Prima che ti esalti, Margherita, non c’è nessuna magia. Solo telecamere.”
“Ma io non ho parlato!”
Entrarono in un ingresso illuminato da grandi candelabri e ornato da drappi scuri. Alla loro destra, uno specchio immenso restituì la loro immagine. Un gran bello spettacolo, inutile negarlo. Splendide, elegantissime e minacciose, con i loro vestiti di raso nero e porpora dalle lunghe code, i corpetti di pizzo e i mantelli di seta di ragno. Di sicuro avrebbero fatto sfigurare chiunque altro nella sala.

Grimilde si avvicinò allo specchio, come ipnotizzata, e sollevò le mani. “Specchio specchio delle mie brame, chi è…”
“Grimilde! Insomma, non riesci proprio a farne a meno?”
“Sei sempre così divertente, Morgana.” Grimilde rispose con evidente sarcasmo. Ma ritornò subito accanto alle altre.
In quel momento si aprì un’altra porta e l’ingresso fu invaso da musica di arpa raccapricciantemente soave.
“Avanti, ragazze, in fondo non siamo nuove ai supplizi. Entriamo e non pensiamoci più.”
Seguirono la musica e finalmente arrivarono nel salone della festa. E si fermarono, pietrificate dallo sgomento. Duecento invitati si girarono quasi all’unisono e le fissarono a loro volta, in un silenzio sbigottito.
“Guardate,” mormorò Margherita eccitata, “ci stanno guardando tutti.”
“Ci credo, siamo le uniche vestite di nero,” ringhiò Grimilde fra i denti. “O meglio, siamo le uniche non vestite di rosa.”

“Margherita cara,” chiese Morgana con il tono che le veniva quando era sul punto di fare esplodere qualche catastrofe naturale. “Dammi un po’ quel maledetto invito, vuoi?”
Margherita passò l’invito a Morgana che lesse a bassa voce. “La Signoria Vostra è invitata al ballo in maschera di Halloween presso Palais Bleu Tema della serata: bianco e rosa. Bianco e rosa, Margherita, questa è una festa dove ci si doveva vestire di bianco e di rosa e l’unica cosa bianca che abbiamo noi sono le pupille.”
“Oh.”
“Beh, sapete cosa? Visto che mi sono gelata le chiappe su una scopa per un’ora per arrivare in questo logo che sembra uscito dai peggiori incubi iperglicemici di un malato di diabete, almeno voglio bere. Vi saluto.”
E senza aspettare risposta dalle altre, Grimilde si diresse altera e decisa verso il buffet, sotto lo sguardo incredulo e curioso dei presenti.
“Ha ragione,” sospirò Morgana. “Siamo arrivate fin qui, conviene andare avanti nel nostro piano e cercare di capire come festeggiano Halloween i mortali. Separiamoci, avremo più possibilità di dare meno nell’occhio e socializzare con le persone.”
“Morgana, siamo quattro streghe vestite di nero ad una festa dove tutti gli altri sono vestiti di bianco e rosa, dubito che riusciremo a dare poco nell’occhio.”

***

Un’ora dopo, Morgana era sul punto di mandare a fuoco l’intero palazzo con dentro tutti i suoi insopportabili invitati bianchi e rosa. Le facevano male i piedi, la musica era una tortura e i cocktail erano imbevibili. Roba annacquata per comuni mortali. Per non parlare delle cibarie: tartine minuscole con gamberetti gommosi, gambi di sedano con un velo di formaggio, fettine di prosciutto trasparenti, tramezzini di salmone che avevano visto tempi migliori.
“Morgana. Psss, Morgana. Siamo qui.”
Morgana ci mise un po’ a capire che la voce veniva da dietro una pesante tenda in velluto rosa confetto. La spostò con due dita, cercando di tenere a freno la ripugnanza che quel colore le suscitava, e si ritrovò in una piccola stanza. Amelia era seduta a terra, cercando ti tenere a freno la sua irrequieta figlia.
“Amelia, va tutto bene?” Bisbigliò Morgana.
“Sì. No. Non lo so. Gillian potrebbe aver fatto qualcosa…”
“Come sarebbe dire ‘potrebbe’? Che cosa ha fatto?”
“Credo abbia trasformato il cane di una degli invitati in una tarantola.”
“In una tarantola?”
“Sì, lasciamo stare, è nella fase aracnide. Speriamo passi in fretta.”
“È precoce, però.” Osservò Morgana con interesse. “Gillian, vieni qua.”
La bimba obbedì, come sempre quando Morgana le diceva qualcosa.
“Che incantesimo hai usato con quel cane?”
“Quello del ‘Ragno peloso su cane stizzoso’. Mi aveva ringhiato.”
“Come sospettavo. Molto precoce. Brava, cara.”
“A te com’è andata, Morgana. Scoperto nulla di interessante?”
“Solo che i comuni mortali di Halloween non sanno riconoscere una strega vera nemmeno quando ce l’hanno davanti, che sono ipocriti, che la maggior parte degli uomini finge di ignorarmi ma vorrebbe portarmi a letto e che tutte le loro mogli, dietro i loro sorrisi e adulazioni, vorrebbero vedermi morta. Le solite cose, insomma. Ah, e il catering fa schifo.”
“Beh, non si può certi dire che passi inosservata, Morgana. Oggi poi, sembriamo quattro bastoncini di liquerizia in mezzo ad una colata di marshmallow. Difficile non notarci. Dici quindi che qui non sanno nulla del vero significato di questa celebrazione?”
“Scherzi? Dai loro alcol a volontà, cibo di bassa qualità, purché gratis, e digli che è la festa in onore di Erode e questi non faranno una piega. Vieni, andiamo a recuperare le altre. Forse facciamo ancora in tempo ad arrivare a Knocknashee prima che si scoperchino le tombe.”
Passarono attraverso capannelli di donne che sorridevano al loro passaggio salvo poi trasformarsi in mostri arcigni e verdi di invidia appena davano loro le spalle – oh, se avessero saputo che le streghe possono vedere ogni cosa – e a file di uomini, ubriachi e ridicoli nei loro vestiti bianchi e rosa, che lanciavano sguardi avidi nella loro direzione.
Qualcuno pizzicò il sedere ad Amelia e lei, senza scomporsi, sussurrò l’incantesimo incolla-dita. Si immaginò la faccia dello sventurato la sera stessa quando, toltosi le scarpe, si sarebbe ritrovato le dita di entrambi i piedi incollate per sempre.
Notarono un capannello ben nutrito di uomini in fondo alla sala; e proprio da lì sentirono levarsi una risata inconfondibile. Provarono a farsi largo fra gli astanti ma questi sembravano uniti fra di loro da una forza sovrannaturale, come una calamita che li tenesse saldamente ancorati in quella posizione. I loro occhi, completamente rapiti da un’estasi adorante, erano fissi sulla figura al centro.
“Io quella la ritrasformo nella vecchia verrruca che era.” Morgana era furiosa e i suoi occhi lampeggiavano pericolosamente. Mormorò alcune parole e, finalmente, l’assembramento umano fu mosso da un guizzo improvviso e gli uomini si ritrovarono a guardarsi, perplessi e frastornati, fra di loro.
Al centro del gruppo, in una posa da diva degli anni trenta, con tanto di lungo bocchino, Grimilde intratteneva il suo pubblico adorante con l’abilità di una diva consumata.
“Grimilde!”
Grimilde si fermò di colpo, fissò il gruppo di ammiratori confusi che piano piano si allontanavano, storse la bocca in una smorfia di disappunto totale e lasciò cadere le spalle.
“Ci provi un gusto immenso, vero, Morgana, a rovinare sistematicamente ogni opportunità di divertimento altrui? E voi cosa avete da guardare? Via. Sciò!” Fece un gesto spazientito nei confronti dei pochi uomini che ancora si guardavano intorno spaesati.
“Non ti facevo così disperata, Grimilde. Flirtare con degli umani. Suvvia!”
Grimilde fece spallucce. “Non stavo flirtando. Mi stavo solo divertendo. E sperimentando una nuova pozione.”
“Che pozione?” Chiese Amelia incuriosita?
“Oh, una cosetta nuova. Te ne parlerò.” Grimilde lanciò un’occhiata stizzita verso Morgana. “In privato.”
“Ecco Margherita. Finalmente ce ne possiamo andare.”
Margherita se ne stava appoggiata ad una colonna a braccia conserte, insolitamente silenziosa, con lo sguardo fisso in un punto preciso della sala e le unghie che tamburellando nervosamente sul braccio.
“Vieni Margherita, saluta il tuo principe bianco e rosa e ce ne andiamo.”
“Ancora un momento, Morgana, ho l’impressione che il mio principe stia facendo di tutto per ignorarmi.”
E, senza aspettare risposta si incamminò decisa verso il centro della sala.
“Oh no, sta per succedere una catastrofe, me lo sento. Andiamo ragazze.”
Morgana, Amelia, Grimilde e la piccola Gillian si affrettarono a seguire Margherita che nel frattempo si era piazzata alle spalle di un uomo corpulento in frac rosa tenue.
“Tutto questo rosa… Finirà che dovrò ritornare in terapia.” Grimilde si massaggiò le tempie con la punta delle dita.
“Margherita…”
“Taci Morgana! Ehi, tu, principe dei miei stivali, sbaglio o stai cercando di ignorarmi da quando ho messo piede qui dentro? Sbaglio o sei stato tu ad invitarmi, ciccino?”

Anche da dietro fu possibile notare la punta delle orecchie dell’uomo passare dal rosa chiaro al rosa scuro e poi ancora al porpora. Quando finalmente si girò, il suo faccione rubizzo era una maschera di costernato imbarazzo.
“Oh… Ah. Ehm. Certo Certo… Signorina… È che… Non credevo sarebbe venuta sul serio.”
“Non credeva venissi sul serio?”
“Ehi, io quello lo conosco,” Grimilde bisbigliò alle altre due. “Ha una faccia nota. Solo che non riesco a ricordare dove…”
“Caro, che succede qui? Che sono queste… donne?”
E finalmente tutto fu chiaro. Nella vecchia tirata a lucido da dosi indicibili di silicone e di trucco, Grimilde riconobbe la sua antica nemesi.
“Biancaneve! Tu… tu… Ma come ti sei ridotta? E tu… Per tutti i diavoli dell’inferno! Il Principe Azzurro.”
E Grimilde cominciò a ridere, e ridere, e ridere fino a che lacrime verde smeraldo presero a scenderle dagli occhi e lo stomaco cominciò a farle male.
“Ohi ohi ohi. Ma guardatevi! E io che ero anche stata invidiosa di voi.” Grimilde cercò di ricomporsi prima che un altro attacco di riso compulsivo la piegasse di nuovo in due.
“Tu conosci queste persone?”
“Questi, mia cara Margherita, sono Biancaneve e il famoso Principe Azzurro. O forse dovrei chiamarti Principe Rosa Porcello.”
“Grimilde! Avrei dovuto saperlo che c’eri tu dietro questo…” Biancaneve sventolò la mano rugosa e ingioiellata verso le cinque streghe, “spettacolo indegno.”
“Oh, ma datti una calmata, Biancaneve.” E finalmente Grimilde sentì tutto il risentimento, la rabbia e l’invidia accumulati in quasi quattrocento anni, scivolare via come acqua su uno specchio, e si sentì immensamente felice.

“Ehi, fermi tutti. Vuol dire che sei sposato? Che quella sciacquetta da due soldi che era con te al ristorante non era la tua fidanzata? Bugiardo! Dovresti sapere che non si dicono bugie alle streghe.”
Alla parola ‘streghe’ un brusio dapprima sommesso e poi sempre più forte cominciò a levarsi per tutto il salone.
“Streghe?” Mormorò il Principe Azzurro, che sembrava assolutamente incapace di comprendere quello che stava accadendo.
“Tu taci, brutto imbecille, con te facciamo i conti più tardi.” Biancaneve era furibonda. “Sì, streghe, queste quattro… cinque orribili creature sono streghe, perfide e crudeli streghe cui dovrebbero strappare il cuore e poi bruciarle al rogo.”
“Ora basta!” La voce di Morgana risuonò incredibilmente potente, sovrastando quelle di tutti i presenti e facendo vibrare pericolosamente vetrate e lampadari. “Nessuno può permettersi di parlare così a noi. Nessuno.”
“Ma… suvvia,” disse qualcuno in mezzo alla folla, “lo sanno tutti che le streghe non esistono. Che razza di scherzo è questo?”
“Le streghe non esistono?” Morgana si voltò, minacciosa, verso il punto da cui era provenuta la voce. Sembrò diventare altissima e avvolta di fiamme, e la sua ombra si allungò su tutti i presenti oscurando ogni cosa bianca e rosa e di gradazione intermedia.
“Voi, poveri, inutili, impotenti mortali. Che ne sapete voi di streghe? Voi che ci avete condannato, torturato, ucciso solo per paura e per nascondere la vostra ignoranza. Come osate parlarci così?”
“Eccola che comincia,” disse Margherita alzando gli occhi al cielo.
“Shh!” La zittì Amelia. “Questa volta ha ragione.”
“Ah sì?” Disse qualcuno fra la folla. “Allora fateci vedere di cosa sono capaci le streghe, se veramente lo siete. O siete solo quattro psicopatiche con manie di protagonismo?”
“Tu osi sfidarci? Ragazze. Facciamo vedere a questi esseri inferiori che cosa accade quando si insulta una strega.”

Le quattro streghe si guardarono, si scambiarono un silenzioso cenno di assenso, poi si voltarono verso i presenti che si ammutolirono di colpo.
“Mamma? Posso, anch’io?”
“Certo cara, ma solo ragni di piccola taglia.”
Per un attimo non accadde nulla e poi tutte e cinque sollevarono le mani e pronunciarono i loro incantesimi.
Tutto il bianco presente nella sala fu risucchiato in un vortice di grigio e ogni cosa rosa si trasformò in un disgustoso verde melmoso striato di giallo. I vetri si schiantarono e nelle pareti iniziarono ad aprirsi grosse crepe, dalle quali sbucarono rami grassi e viscidi che si contorcevano e gemevano come vermi.
“Oink. Oink oink.” Cominciò qualcuno. E un secondo dopo il salone fu invaso da una cacofonia di grugniti, starnazzamenti, ragli, squittii e altri suoni innominabili. I presenti cominciarono a togliersi i vestiti e presero chi a ballare sui tavoli, chi ad inseguire le mogli altrui e chi a camminare a quattro zampe. Una colonia di ragni correva all’impazzata di qua e di là, nel vano tentativo di non farsi schiacciare.

Le cinque streghe si guardarono soddisfatte.
“Questo si che è festeggiare,” disse Margherita con un largo sorriso.
“E la cosa bella è che quando sarà finito l’effetto dell’incantesimo, si ricorderanno tutto ma non sapranno perché è successo.”
“Ben fatto. Andiamo ragazze. Voglio arrivare a Knocknashee almeno in tempo per salutare mio fratello Artù, se si degnerà ad uscire dalla tomba. È ora di mettere da parte i vecchi rancori e farci insieme una bevuta.”
“Morgana, dì la verità, è che speri ci sia anche Lancillotto, vero?”
“Oh, smettila Margherita, sai che mi importa.”

Erano pronte a spiccare il lancio sulle loro scope dal cortile principale quando sentirono un applauso alle loro spalle.
Si voltarono e si accorsero della presenza un uomo alto, elegante, dai lineamenti nobili e gli occhi di uno strano e ipnotico colore ambrato, che batteva le mani guantate di bianco e sorrideva con sincera ammirazione.
“Gran bello spettacolo, Signore, quello che ci voleva per animare una serata così… noiosa, non trovate?”.
Le streghe scesero dalle loro scope e si avvicinarono allo sconosciuto.
“E voi chi diavolo siete?”
“Oh, solo uno che si è trovato a questa festa per caso. Edward Wolf, al vostro servizio.” L’uomo prese la mano di Morgana, la baciò delicatamente e si inchinò.
“Wolf? Siete americano?” Chiese Margherita sbattendo le lunghe ciglia scure.
“Americano? Oh no! No no. Inglese. Anzi, Gallese per la precisione. Ed è proprio lì che sto andando. Ad una vera festa di Halloween, con un gruppo ristretto di amici per rincontrare un altro gruppo ristretto di amici che, diciamo, arrivano da un luogo molto lontano. È inutile dirlo, sarei onorato ad avermi come mie ospiti. Hanno preparato un banchetto speciale, con una zuppa di zucca che, dicono, faccia resuscitare i morti, arrosti con patate all’aglio e mele caramellate; il tutto, ovviamente, bagnato con dell’ottimo Château Lafite del 1965. E, prometto, niente rosa.”
Grimilde alzò il sopracciglio e studiò l’uomo da capo a piedi.
“Bella,” disse sfiorando il mantello di pelliccia bianca come la neve che l’uomo teneva sulle spalle. “Lupo della Siberia?”
“No,” le labbra dello sconosciuto si contrassero per una frazione di secondo, poi sorrise, mostrando denti bianchissimi e perfetti. “Lepre delle nevi.”
Grimilde ricambiò il sorriso, completamente ammaliata.
“E come pensa di arrivarci nel Galles in tempo per le celebrazioni?” Chiese bruscamente Morgana.
“Con la mia limousine, naturalmente, e con dell’ottimo champagne. Vi prego, da questa parte.”
Si inchinò nuovamente e si incamminò verso il cortile principale.

In quel momento, la luna, che era rimasta nascosta da grosse nuvole nere, si rivelò in tutto il suo splendore. Bianca e tonda, ormai completamente piena.
Una folata di vento fece sollevare il mantello dello sconosciuto e una lunga coda ricoperta di soffice pelo argentato guizzò allegramente alla luce della luna.

 

Nota dell’autrice:
Nonostante questo sia un racconto di fantasia, credo siano più che evidenti i riferimenti letterari e cinematografici dei personaggi e di alcuni eventi.
Per chi non li avesse colti, Morgana è la Morgana dei cicli Arturiani, sorellastra di Artù, secondo alcune leggende e potentissima incantatrice. Grimilde è la strega di Biancaneve. Margherita è la Margherita di Bulgakov e Amelia è la strega dei fumetti di Paperino. Ma ancora, le citazioni non si fermano qui, la piccola Gillian è ispirata alla splendida omonima strega interpretata da Kim Novak in “Una strega in Paradiso”.
Ma dietro questi nomi, che ho preso in prestito, si nascondo persone vere: amiche e Sorelle che hanno il denominatore comune di essere donne che non si arrendono mai. E a loro dedico questo racconto.
L’articolo che legge Morgana all’inizio del racconto è stato preso dal Corriere della Sera di venerdì 30 Ottobre 2010.

Infine, questa è al mia ricetta della zuppa di Halloween, quella che fa resuscitare i morti. Sul serio.

Ingredienti x 8 persone:
- una zucca di medie dimensioni tagliata a pezzi
- 4 patate
- 2 carote
- un gambo di sedano
- 1 porro
- 2 l di brodo di verdura
- 250 cl di panna da cucina
- rosmarino e salvia
- sale, pepe e un pizzico di peperoncino.
- pan carrè

Procedimento:
Tagliare zucca, patate, carote, sedano e 1/2 porro (tenere l’altro da parte) a tocchetti, metterle in una pentola capiente insieme alla salvia e al rosmarino, coprirle con 2/3 di brodo preparato in precedenza e lasciato raffreddare e portare ad ebollizione. Fare cuocere per 20 minuti circa. Le verdure sono pronte quando sono morbide ma non molli. Scolare le verdure, togliere il rametto di rosmarino e frullarle con il minipimer (o il frullatore). Nel frattempo, togliete i bordi dal pan carrè, tagliatelo a dadini e fatelo soffriggere con olio (o burro), salvia e rosmarino e salatelo. Quando è ben croccante, togliete subito dalla pentola e tenete in caldo dentro un foglio di carta assorbente e poi ancora avvolto nella carta alluminio. In una teglia di coccio fare soffriggere il porro con un po’ di olio extravergine di oliva, versare le verdure frullate e aggiungere un po’ di brodo, mescolando sempre. Deve risultare vellutata e non troppo molle. Salare, se necessario, pepare abbondantemente e aggiungere un pizzico di peperoncino o, per un sapore più esotico, di zenzero. Quando la crema è perfettamente liscia e densa, versarla nelle ciotole (l’ideale è servire la crema in ciotole di coccio tenute calde in forno, altrimenti ciotole da macedonia o tazze colorate, ma non nei piatti fondi), versare a filo un po’ di panna da cucina a temperatura ambiente e decorare con un rametto di rosmarino. Servire accompagnando ogni ciotola con i cubetti di pane soffritto a parte.

——————————————————————————————————

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi essere sempre aggiornato, inviando una semplice e-mail a: letteraturagastronomica@supereva.it puoi iscriverti gratui- tamente alla NEWSLETTER DELLA GUIDA DI LETTERATURA GASTRONOMICA.
 

Commenti dei lettori

(Inserisci un commento - Nascondi commenti anonimi)
  • Paoletta

    09 Nov 2010 - 15:47 - #1
    0 punti
    Up Down

    Brava cara, i tuoi racconti me li gusto come una tazza di cioccolata davanti al camino in una serata di neve!