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Intervista a Beatrice Valsecchi

Beatrice Valsecchi, nata a Monza nel 1974, si diploma al liceo classico e si laurea in lingue e letterature straniere. Dopo aver lavorato qualche anno in un’azienda, lascia l’impiego per seguire il sogno di fare la sceneggiatrice: viene selezionata per il corso RAI e, successivamente, perfeziona la sua preparazione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Attualmente lavora come sceneggiatrice, traduttrice, correttrice di bozze. “Un sogno di torta fritta e marzapane” (Sperling & Kupfer) è il suo primo romanzo.


Scrivere “Un sogno di torta fritta e marzapane”, e scrivere in senso lato, è veramente stato per te un sogno che si è realizzato.
Devo dire che anche io, come la protagonista, per un lungo periodo non ho osato nemmeno sognare: non si dice a nessuno, nemmeno a se stessi, “voglio fare la scrittrice” se non si vuole essere presi per stupidi velleitari. Ho sempre detto (e continuo a dire) che scrivere è una cosa che mi piace molto fare. In particolare “Torta fritta e marzapane” è stato davvero divertente da scrivere perché mi sono abbandonata ai ricordi d’infanzia e contempora- neamente ho sognato un futuro che mi sarebbe piaciuto.

Cosa consiglieresti a chi, come te, volesse cambiare il suo destino?
Il consiglio più sincero che posso dare è “prepararsi e crederci”. Però devo ammettere che a volte non basta, mentre altre volte basta anche meno. Io, per esempio, non ci credo mai fino in fondo, però sono stata fortunata: mi è andata bene al primo tentativo, sia nelle selezioni dei corsi per sceneggiatrice che nella proposta del libro agli editori.

Hemingway sosteneva che scrivere una prosa assolutamente onesta sugli esseri umani è difficilissimo. Eppure i tuoi personaggi, in primis Ilaria (la protagonista), appaiono senza sovrastrutture.
La verità, nello stile e nei personaggi, secondo me fa salire di un piccolo gradino anche un romanzo non destinato a cambiare le sorti della letteratura mondiale, come è il mio. Io ho cercato di essere il più onesta possibile: ho scritto senza forzare minimamente il mio stile e ho creato personaggi vicini a me, che potevo gestire con naturalezza e verità.

Qual è lo scrittore che senti più vicino al tuo modo di creare?
Bella domanda. Diciamo che un giorno mi piacerebbe sentirmi vicino a Sandro Veronesi, ma anche a Sophie Kinsella e soprattutto a Giovannino Guareschi. Sono tre mondi molto diversi, però hanno tutti la grandissima dote di cui abbiamo appena parlato: verità nello stile e nei personaggi. Hanno anche un’altra grandissima dote: nessuno di loro si sente un grande scrittore quando si mette davanti al foglio bianco e questo il lettore lo avverte subito.

Nonostante il tono ridanciano, il tuo romanzo fa molto riflettere su quella giungla che è il mondo del lavoro.
In sceneggiatura si paragona la vicenda del protagonista con il viaggio che compie un eroe epico: si viene richiamati da un mondo ordinario per entrare in quello straordinario dell’avventura. In questo caso, il mondo ordinario di Ilaria era quello del lavoro in un’azienda, un mondo che non mette a rischio la vita, ma i sogni sì: li atrofizza, se non stiamo attenti. Però devo essere sincera: la mia esperienza del lavoro aziendale è stata migliore di quella di Ilaria. Per cavalcare il paragone con la giungla io ho scritto solo del serpente Kaa e di Shere Khan, ma per fortuna ci sono anche Baloo, Baghera, Akela… E poi, citando il famoso spot, prendere in giro sulle pagine di un libro chi ti ha fatto rodere il fegato per anni non ha prezzo.

Durante la lettura ho ricavato l’idea di un cuore, il tuo, che abbia sentito la necessità di aprirsi e di raccontarsi.
Secondo me quando si scrive narrativa, ma anche per il cinema o la fiction televisiva, è indispensabile mettere a nudo la propria anima e i propri sentimenti, altrimenti non si trova quella verità e onestà di cui si è parlato prima. Però devo dire che nel mio caso l’apertura del cuore è stata una conseguenza della voglia di scrivere e non viceversa.

Esiste davvero Sfranto, il paesino dell’Appennino parmense dove hai ambientato l’estate 1982?
Esiste un paese dell’Appenino parmense dove io trascorrevo le vacanze da bambina che ho trasfuso in quello d’invenzione, Sfranto. Diciamo che ho affollato un po’ l’Appennino parmense aggiungendoci tutta la Val Ghiaione.

In realtà la torta fritta non è affatto una torta.
No, ma è una delle cose più buone del mondo. Leggere per credere.

Se tu fossi un dolce, quale saresti?
Per rispondere a questa domanda mi sono consultata con la mia nipotina di 7 anni, che è la persona più acuta che conosca, e devo dire che anche questa volta ha centrato il punto. Sarei uno strudel di mele: un misto di sapori semplici e consistenze diverse, non troppo dolce e con un guscio di pasta all’esterno.

Alla tua Ilaria piace la cucina cinese. E la nostra Beatrice che ne pensa della cucina etnica?
Vado pazza per la cucina etnica! Per me viaggiare significa assaporare: il mio souvenir preferito è sempre un libro di cucina. Poi io non riesco a seguire passivamente le ricette, perciò, quando cucino io, inevitabilmente si sfora nella fusion. Ad esempio mangio il sushi con la maionese al posto del wasabi, o faccio il risotto con la crema di cocco e arachidi tailandese.

Variazioni originali senz’altro da provare. Ti faremo sapere, cara Ilaria. Nel frattempo ti ringraziamo di essere stata con noi e ti auguriamo un gustosissimo 2011.

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