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I Sonetti di Shakespeare

Il sonetto era il genere lirico più in voga durante il Rinascimento inglese. I sonetti di Shakespeare però godono di un fascino particolare essendo avvolti dal mistero...

i sonetti di shakespeare
Nato in Italia nel Medio Evo ad opera di Dante e Boccaccio, il sonetto era il genere lirico più in voga durante il Rinascimento inglese. I sonetti di Shakespeare però godono di un fascino particolare essendo avvolti dal mistero su certi interrogativi che la critica si è posta. Protagonisti di questo segreto di cui solo Shakespeare è depositore sono i tre personaggi più ricorrenti tra i versi: il bel giovane, la signora bruna e il poeta rivale. Il primo dei tre è presente nel famoso sonetto XVIII, Shall I compare thee to a summer day?:

Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date;
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimm’d;
And every fair from fair sometime declines,
By chance or nature’s changing course untrimm’d;
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st;
Nor shall Death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal lines to time thou grow’st:
So long as men can breathe or eyes can see,
So long lives this, and this gives life to thee

Devo paragonarti ad un giorno d’estate?
Tu sei più amabile e i più temperato:
venti forti agitano i boccioli di maggio,
e il periodo d’estate ha un termine troppo breve;
qualche volta troppo caldo l’occhio del cielo brilla,
e spesso è il suo dorato aspetto velato;
ed ogni cosa bella dal bello una volta declina,
per caso o perché la natura cambia il suo corso mutevole;
ma la tua eterna estate non svanirà,
ne’ perderà il possesso di quel bello che tu possiedi;
ne’ la Morte si vanterà che tu vaghi nella sua ombra,
quando in versi eterni al tempo tu cresci:
fin quando gli uomini potranno respirare o gli occhi vedere,
fin quando vive questo, e questo dà vita a te. (1)

L’immagine che qui si desume è quella della donna angelicata tipica dei sonetti medievali, ma ciò che colpisce l’attento conoscitore di Shakespeare è che in questo caso l’io poetico sia rivolto ad una figura maschile, storicamente identificato nel il giovane e attraente conte di Southampton.

Ma c’è anche una figura femminile presente nel corpus dei sonetti:

My mistress’ eyes are nothing like the sun;
Coral is far more red than her lips’ red:
If snow be white, why then her breasts are dun;
If hairs be wires, black wires grow on her head.
I have seen roses damask’d, red and white,
But no such roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hath a far more pleasing sound.
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treads on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied with false compare.

Gli occhi della mia signora non sono per nulla come il sole;
il corallo è di gran lunga più rosso del rosso delle sue labbra:
se la neve è bianca, allora il suoi seni sono scuri;
se i capelli sono fili, fili neri le crescono in testa.
Io ho visto rose damascate, rosse e bianche,
ma nessuna rosa vedo sulle sue guance;
ed in certi profumi c’è più piacere
che nell’alito che la mia signora emana.
Amo sentirla parlare, eppure so bene
che la musica ha di gran lunga un suono più gradevole.
Di certo non ho mai visto camminare una dea:
la mia signora, quando cammina, striscia i piedi.
Eppure, santo cielo, penso che il mio amore sia tanto raro
quanto qualunque altro cantato con falsi paragoni. (2)

Ecco il capovolgimento. Shakespere non poteva rivolgersi ad una donna alla maniera di Dante o Petrarca, anzi il modo di poetare di questi è qui quasi schernito e reputato “falso” ed esagerato. Così come nel sonetto precedente al posto della donna angelo ci si trova di fronte ad uomo angelo, qui la donna di Shakesperare è invece una donna reale, non particolarmente bella, anzi vista attraverso una serie di difetti che mai sarebbero potuti diventare convenzionalmente oggetto di poesia. Ciò non significa tuttavia che l’amore del poeta sia meno intenso e forte di quello esageratamente cantato con false similitudini, ma qui si tratta dell’amore per una donna che deve, nell’economia dei sonetti, rivaleggiare con un uomo, creando così un triangolo alquanto particolare: la misteriosa, sensuale e terrena, realistica e a tratti anche falsa e infedele dark lady che si scontra con un femmineo ed idealizzato fair youth.
Se a tutto questo poi si aggiunge un poeta rivale, identificato nella figura storica di Chapman, il quadro dei sonetti è completo e assume l’aspetto di un vero plot. Come se Shakespeare, l’autore di intricati drammi e arrovellate commedie, pur scrivendo poesie indipendenti l’uno dall’altra e leggibili anche singolarmente, avesse voluto seguire ancora una volta il suo desiderio di costruire una storia unica che in termini poetici cantasse l’amore e il triste senso del tempo.
Che sia finzione poetica o verità autobiografica rimarrà un mistero. E’ certo che William Shakespeare, genio originale e precursore di tutti i tempi, non avrebbe potuto scrivere dei versi conformi ad una moda ormai consumata come quella del sonetto secondo gli stessi dettami di quella tendenza.

(1), (2): traduzione di Corinzia Monforte

Commenti dei lettori

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  • luca airi

    07 Sep 2009 - 17:44 - #1
    0 punti
    Up Down

    articolo molto bello,benchè non mi risulta sia provata storicamente l’identità del giovane a cui sono dedicati i sonetti

    www.shakespeareinitaly.it

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