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Tra la Gente di Dublino: Eveline

Si alzò in un improvviso impulso di terrore. Fuggire! Fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore.

ragazza alla finestra
Eveline ferma a pensare davanti alla finestra.: sta per lasciare casa sua, via per sempre col suo ragazzo, Frank, alla volta di Buonos Aires dove l’aspetta un’altra vita. Da lì guarda le case che si trovano dove prima, nella sua infanzia, c’era il campo in cui i bambini giocavano: i Devine, i Water, i Dunn, il piccolo Keogh che chiamavano lo zoppo, e i suoi fratelli, le sue sorelle e suo padre, le persone più importanti della sua vita.

Rivede “ tutti i suoi oggetti familiari che per così tanti anni aveva spolverato una volta alla settimana”, “tutti quegli oggetti familiari da cui mai avrebbe immaginato si sarebbe separata.

Eveline é avvolta da un’atmosfera statica, malinconica, immersa in una solitudine calda ed un silenzioso senso di tristezza, come in un addio.

Ma partire adesso non sembra più necessario. Eveline potrebbe anche rimanere e forse sarebbe questa la scelta più saggia. Casa sua è il nido più sicuro accanto ai suoi cari, nonostante rimanere le imponga anche di continuare a lavorare duro sia a casa che ai magazzini dove fa la commessa. Abbandonare quest’ultimo posto però non le dispiacerebbe affatto. E lontano da casa sarebbe stato completamente diverso: si sarebbe sposata e la gente l’avrebbe rispettata.

Eveline associa gli oggetti che vede a ricordi, persone ed episodi che hanno segnato la sua vita: le case che sorgono al posto del campo da gioco e i bambini con cui giocava, la foto di un prete appesa al muro e la maniera in cui suo padre ne confondeva l’identità.

Niente succede davanti alla finestra, se non un continuo flusso di pensieri, ricordi e considerazioni che si susseguono, si accavallano e si confondono coi sentimenti.

Eveline è un personaggio interiore: del suo essere fisico si percepisce solo un’ombra, mentre i suoi pensieri animati tessono la trama del racconto.

Il tempo si aliena ogni forma di diacronia e si fa sincronico, muovendosi avanti e indietro, inseguito dai ricordi culminanti nell’epifania:

“Mentre pensava, la pietosa immagine della vita della madre poggiava il suo incantesimo nel suo essere più profondo – quella vita di comuni sacrifici che finiva nella pazzia finale. Tremava mentre sentiva ancora la voce di sua madre che diceva costantemente con assurda insistenza:
“Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!”
Si alzò in un improvviso impulso di terrore. Fuggire! Fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma lei voleva vivere. Perché doveva essere infelice? Aveva il diritto di essere felice. Frank l’avrebbe portata tra le sue braccia, avvolta tra le sue braccia, L’avrebbe salvata”.

Partire é la scelta giusta.

Eveline si ritrova al porto, mentre sta per salire sulla nave.La sua mano in quella di Frank. Lui aveva fatto tanto per portarla con sé, il biglietto era stato pagato e lei non poteva più tirarsi indietro.

La storia si svincola tra la polvere ed il mare, la prima a simboleggiare la staticità del vecchio, il chiuso della consuetudine e i limiti che la vita ci impone, ed il mare che è acqua e quindi rinnovamento, che è aperto e quindi è libertà.

Ma Eveline è di Dublino, appartiene cioè ad una città il cui tratto distintivo è quella “paralisi” che impedisce alla sua gente di migliorare le proprie condizioni di vita. Eveline appartiene ad un mondo in cui non accade nulla e le azioni fluiscono nel solo pensiero dei suoi abitanti.

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