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L’era del “Grande Fratello”

In “1984” il Grande Fratello è idolatrato da un popolo che ciecamente crede nella sua ineffabile persona [...], qui non è consentito avere opinioni discordanti da quelle del regime, è vietato perfino scrivere, e non si possono contraddire le affermazioni di chi detiene il potere. Le autorità controllano il comportamento di ogni cittadino, perfino nel pensiero e nulla può sfuggire allo sguardo di uno stato che punisce chiunque pensi liberamente e in modo non conforme all’autorità.

occhio del grande fratello
Pochi libri nella storia della letteratura sono stati in grado di presagire -anche se non negli identici termini e modi, per lo meno nell’intuizionedi quello che sarebbe stata la vita moderna - meglio di “1984”, il celebre romanzo distopico di Eric Arthur Blair, alias Gorge Orwell.

Dalle telecamere che ci spiano per le strade, alle intercettazioni telefoniche e tutto quanto compromette la privacy che tuttavia può essere ritenuta sacra solo finché il comportamento del soggetto risulta lecito, in quest’era irrazionale, dove il “Grande Politico” riesce a convincere un intero popolo che 1+ 1 fa tre e la libertà viene osannata da chi la toglie o la confonde con la propria , in questa Italia dove il “Grande Fratello” in questione è un dio sulla terra la cui onnipotenza abbraccia ogni aspetto del viver civile, niente risulta più lungimirante del capolavoro di Orwell.

In “1984”, di fatto scritto nel 1948, il Grande Fratello è infatti idolatrato da un popolo che pur non avendolo mai conosciuto, ciecamente crede nella sua ineffabile persona. Paralellamente in un Regno Unito divenuto però parte dell’Oceania dove è ambientato il romanzo, non è consentito avere opinioni discordanti da quelle del regime, è vietato perfino scrivere, e non si possono contraddire le affermazioni di chi detiene il potere. Le autorità controllano il comportamento di ogni cittadino, perfino nel pensiero e nulla può sfuggire allo sguardo di uno stato che punisce chiunque pensi liberamente e in modo non conforme all’autorità.

Colpisce come nel romanzo Orwell non si riferisca mai al “Grande Fratello” col suo vero nome, e che in tutta l’ Oceania nessuno sappia chi sia veramente il Grande Fratello.

Eppure non importa che questi sia un vero individuo, ciò che conta è che di lui la gente abbia un’immagine ideale che è poi quella che il Partito, in termini attuali traducibile con il Potere, vuole che di lui il popolo abbia, e che per questa quasi astratta persona si nutrano sentimenti di amore, rispetto e paura proprio come si fa nei confronti di un dio.

Nell’attuale cultura però, per “Grande Fratello” non si intende più solo il personaggio orwelliano, quanto piuttosto il celebre format televisivo iniziato nel 2000 come esperimento sociale che si compiace di osservare il comportamento di concorrenti 24 ore su 24. Da questa premessa sperimentale la trasmissione televisiva è degenerata negli ultimi anni in una morbosa ricerca ed istigazione dei tipi umani in oggetto a comportamenti rissosi, ambivalenti, estremi e sessualmente “particolari” , finendo col proporsi a chi la osserva come modello di vita reale, “normale”, e quindi da emulare.

L’esperimento televisivo non ha quindi nulla della valenza politica del romanzo originale. Eppure non per questo può del tutto essere dissociato dalla politica. Lo si può fare infatti da un’angolatura diametralmente opposta: basta identificare il Grande Fratello di Orwell (cioè l’attuale politica) come un’altra stanza del “Grande Fratello” della TV, in un’ottica dove non è the Big Brother che guarda il popolo, ma è il popolo che guarda the Big Brother. E come per il format televisivo, lo trova rissoso, ambivalente, estremo, sessualmente “particolare” . E può prenderlo come modello.

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