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19 dicembre 1861: nasce Italo Svevo

L'infanzia, gli studi e le nozze.

La famiglia Schmitz, di origine ungherese, si è da tempo trasferita a Trieste, ai confini del grande e malandato impero asburgico, quando, il 19 dicembre 1861, nasce Aron Hector, quinto di otto figli, il cui doppio nome richiama origini ebraiche da un lato e aspirazioni epiche dall’altro.
Il padre, Francesco, e la madre, Allegra Moravia, investono molto sul futuro della prole: nonostante l’industria di famiglia, una vetreria, non permetta di scialare, i coniugi Schmitz permettono ai figli, Ettore, appunto, Alfonso ed Elio, di trasferirsi nel serio collegio bavaro di Segnitz.
Italo Svevo studierà, leggerà, parlerà in tedesco per buona parte della sua adolescenza; la circostanza è rilevante se si considerano certe forzature stilistiche nelle sue opere che gli sono valse da più fronti l’accusa di non saper ben scrivere.
Un rovescio di fortuna familiare costringe il giovane a tornare a Trieste, per diplomarsi nell’istituto commerciale “Revoltella”. La sua doppia cittadinanza, il suo essere tedesco ed italiano insieme, non porta in lui dilanianti crisi di identità, ma un’armonica compensazione, evidente già nello pseudonimo letterario con cui è universalmente noto: Italo Svevo.
L’anno di nascita, quello dell’unità di Italia, la sua residenza, Trieste crocevia di razze e crogiolo di umanità, i suoi stessi studi letterari, affannosi, dilettanteschi perché estranei alla formazione commerciale a cui lo avevano avviato i genitori, spingono irresistibilmente alla gloria un uomo condannato invece ad una vita tristemente borghese.
Dopo infatti qualche collaborazione con il giornale “Il piccolo”, una supplenza allo stesso “Rivoltella” che aveva frequentato anni prima e un noioso incarico alla Union Bank, si fidanza con la cugina Livia Veneziani, il grande amore della sua vita.
Questa donna bionda, bassa e tondeggiante fu di conforto allo scrittore, in quanto non ne soffoco le ambizioni letterarie pur incitandolo alle esigenze pratiche e ne fu la principale biografa
Per lei cominciò a scrivere un “Diario del fidanzato”, secondo una bella abitudine del periodo: il promesso sposo faceva dono il giorno delle nozze alla neomogliettina di un diario personale in cui erano annotati lampi di passione e devozione e proponimenti per una vita felice.
Per lei fu impiegato nella ditta del suocero, che produceva vernici idrorepellenti; se anche Svevo odiò il suo lavoro, apprese dalla continua attività i criteri commerciali e soprattutto ebbe molto tempo per leggere (pur se nella maniera caotica e confusa che lo contraddistinse) e per meditare: non c’è niente di più stimolante di un lavoro noioso per far emergere, in un grande scrittore, pensieri e convinzioni che guideranno la propria poetica.

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