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A se stesso

Leopardi si ripromette di non palpitare più


Non era un amore possibile, quello di Leopardi per la giovane Fanny Ronchivecchi; non tanto perché la disinvolta giovane fosse sposata con il professor Antonio Targioni Tozzetti quanto perché la cupa scontrosità del non avvenente recanatese era specularmente opposta alla grazia e alla solarità dell’allegra signora.
Leopardi è dunque respinto, ma con tanta grazia che può illudersi ancora di una qualche corresponsione. Poi, la folgorazione: l’amore, quello puro, disinteressato, infinito non può esistere, è un’ulteriore esca di una natura matrigna, una chimera che accende e corrode gli animi.
Per sopravvivere, ci vuole egoismo.
Parola d’ordine: insensibilità.
Se la morte è l’unico conforto per gli uomini è bene allenarsi seppellendo il cuore, latore di affanni, prima del corpo.
Non a caso, questa splendida poesia, scritta a conclusione del “ciclo di Aspasia” (1883-1885), è dedicata “A se stesso” ed è composta di frasi lapidarie, talvolta nominali, spesso imperative.
L’alternanza fra endecasillabi e settenari e, più ancora, l’insistita assonanza della “s” del singhiozzo e della “p” del balbettio sconfortato indicano, dietro l’apparente convinzione, la sofferenza che non vuole esplodere e che invece urla fra le righe.
L’ossessiva presenza dell’enjambment (che rompe il ritmo, dando al testo l’andatura prosaica propria anche dei sentimenti espressi) suggerisce il singhiozzo di un uomo che, contro la sua volontà, non riesce a far tacere il cuore
Leggiamo la poesia:

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l’infinita vanità del tutto

Evidentemente, i tre moniti (or poserai/ posa per sempre/ t’acqueta omai) sono l’inizio di altrettante strofe disposte in climax: il dolore circoscritto alla delusione amorosa (assoluto, come dimostra l’anafora del “perì”, passato remoto che indica una circostanza ormai archiviata, che non sconvolge più) si allarga a comprendere ogni sentimento (tutto è melma, tutto è indesiderabile tranne la morte) e coinvolge infine la natura, “il brutto poter” che, infido, traveste di miele il fiele dell’esistenza.

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