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Autobiografia di una sigaretta

Una novella di Gabriele D'Annunzio

E’ il 1886.
Gabriele D’Annunzio ha ventitré anni, un figlio e una moglie di nuovo incinta, ed è sempre più “bisognoso del superfluo”.
La scrittura è la sua ancora di salvezza: è alla ricerca di un suo stile e si propone come descrittore del bel mondo della nobiltà romana, che lo ha ammaliato al suo arrivo nella capitale. Su Tribuna del 20 luglio, presenta, sotto lo pseudonimo di Duca Minimo, una novella divertente e intrigante, con spunti e malie orientaleggianti e una tensione erotica baluginante qua e là.
Non mancano riferimenti alla noia e alla corruzione della politica del tempo, con qualche strale a De Pretis, accusato di brogli (“Così, per servire alla stabilità dell’onorevole De Pretis e alla eloquenza dell’onorevole Cavallotti, in Italia si vendono i voti”).

Parla in prima persona una sigaretta, che fu foglia di tabacco e, trattata da abili mani turche, sfuggita al triste destino di sigaro per omaccioni orientali, si ritrova tra le vezzose dita di Mariana, languida marchesina romana.
La lotta al tabagismo è ancora molto in là da venire: nel testo dannunziano, la sigaretta si fa strumento allusivo e seduttivo di un gioco erotico fra la donna e il marchese Gustavo, che anima il raffinato rito del the, che sarà oggetto di pagine indimenticabili ne “Il piacere”.
Mentre quindi l’io parlante gode del profumo della bevanda sulle labbra morbide di Mariana, succede l’imprevisto: “D’improvviso, tra uno scoppio di risa sonanti come una caduta di napoleoni d’oro su un piatto d’argento, io sentii che il mio fumo era tirato con più vigore. Nello stesso tempo alcuni peli neri vennero a bruciarsi al mio capo ardente. Orrore! Orrore! Orrore! Dalla bellissima bocca di Mariana ero caduta in quella di Gustavo. Ahimè! La mia benefattrice dunque mi sacrificava così crudelmente a quell’uomo odioso? Dunque a nulla erano valsi i miei tesori di dolcezza? Meritava io forse di essere tradita da colei che avevo tanto adorata? Eppure, io credeva ben poco alla sua benignità! Nata su la sua bocca, io voleva morire su la sua bocca; e la morte mi sarebbe parsa divina”.
La sigaretta si è fatta dandy, corteggia, ama e adora con lo sdilinquimento proprio dell’epoca.
Può un oggetto ammutinarsi? La nostra sigaretta lo fa, e finisce in un cimitero di cicche. Eppure par che muoia felice: dallo schiocco di uno schiaffo intuisce che il vile Gustavo è respinto dalla bella Mariana. Il suo assassino, l’uomo infido che l’ha sottratta alla nobildonna per cestinarla dopo rapide boccate insapori, è vendicato dalla condotta morigerata della donna. O almeno così pare alla moribonda. Il finale, però, rovescia tutto: “Seppi in seguito, nel purgatorio delle sigarette, da un’animula che venne dopo di me, che il signor della gardenia aveva vinto. Quando si dice la perseveranza!”

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