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Chiudiamo le scuole

Una provocatoria proposta di Giovanni Papini (1 giugno 1914)

Dopo aver aderito al futurismo, Giovanni Papini si fece propulsore di teorie giovanilistiche e ardite che poco si confacevano alla serietà statica delle scuole del tempo, da lui comparate a prigioni, chiese, ospedali: tutti lager in cui la creatività e la libertà dei singoli erano inibite.
Sminuendo la portata sovversiva della delinquenza, l’autore fiorentino fa notare come siano “ condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia, migliaia e milioni di uomini che tolsero un po’ di ricchezza a’ fratelli più ricchi o diminuirono d’improvviso il numero di questa non rimpiangibile umanità. “
Se dunque è discutibile la reclusione per i malviventi, a maggior ragione diventa pratica crudele se rivolta ad innocenti fanciulli. La storia non si è mai fatta sui banchi di scuola, ma attraverso le gesta ardimentose di generali e scienziati, molto spesso osteggiati, questi ultimi, dalla iperconservatrice accademia dei tempi.
Dunque, la scuola non genera conoscenza, ma la trasmette, in maniera frammentaria e distorta.
A guadagnare sulle sofferenze fanciullesche sono gli adulti, secondo Papini: i genitori che possono darsi alla vita attiva senza il fastidio di figli da guidare, gli insegnanti che traggono sostentamento dalla loro impostura, lo Stato stesso, che comincia a fiaccare da subito la vigoria giovanile e forma un esercito elefantiaco di futuri impiegati, e ancora, in ordine sparso “ ispettori, presidi, bidelli, preparatori, assistenti, editori, librai, cartolai “
Ma il giovane, sostiene Papini, “ha bisogno, per vivere, di libertà.
Libertà per rafforzare il corpo e conservarsi la salute, libertà all’aria aperta: nelle scuole si rovina gli occhi, i polmoni, i nervi (quanti miopi, anemici e nevrastenici possono maledire giustamente le scuole e chi l’ha inventate!)
Libertà per svolgere la sua personalità nella vita aperta dalle diecimila possibilità, invece che in quella artificiale e ristretta delle classi e dei collegi.
Libertà per imparare veramente qualcosa perché non s’impara nulla di importante dalle lezioni ma soltanto dai grandi libri e dal contatto personale colla realtà. “
Ossia, esattamente il contrario di quanto offre la pubblica istruzione: “nelle scuole, invece, abbiamo la reclusione quotidiana in stanze polverose piene di fiati - l’immobilità fisica più antinaturale - l’immobilità dello spirito obbligato a ripetere invece che a cercare - lo sforzo disastroso per imparare con metodi imbecilli moltissime cose inutili - e l’annegamento sistematico di ogni personalità, originalità e iniziativa nel mar nero degli uniformi programmi. Fino a sei anni l’uomo è prigioniero di genitori, bambinaie e istitutrici; dai sei ai ventiquattro è sottoposto a genitori e professori; dai ventiquattro è schiavo dell’ufficio, del caposezione, del pubblico e della moglie; tra i quaranta e i cinquanta vien meccanizzato e ossificato dalle abitudini (terribili più d’ogni padrone) e servo, schiavo, prigioniero, forzato e burattino rimane fino alla morte.”
Non solo studiare sui libri è inutile, ma addirittura controproducente, perchè blocca l’inventiva, fornisce soluzioni e modalità comportamentali unificate, pretende di trasmettere quanto è invece insito nell’uomo: il buon gusto, la capacità di pensare, la musica stessa, suscitando un’imitazione sterile che va poi disimparata in tutta la vita adulta.
Secondo la prosa icastica di Papini, cioè “appena passati gli esami e ottenuti i diplomi bisogna rivomitare tutto quel che s’è ingozzato in quei forzati banchetti e ricominciare da capo.”
Ovviamente, il nostro autore, che pure si diplomò maestro in un periodo in cui gli studi superiori erano appannaggio di una ristretta percentuale di giovani e che addirittura fu docente di italiano, vomita la propria bile anche sui professori, in un passo che riporto più per la magniloquenza immaginifica dello stile che per la pregnanza dei contenuti: “ La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio - e non è dir poco.
Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati, scoraggiati che muovon le loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!
Si parla dell’educazione morale delle scuole. Gli unici risultati della convivenza tra maestri e scolari è questa: servilità apparente e ipocrisia dei secondi verso i primi e corruzione reciproca tra compagni e compagni.
L’unico testo di sincerità nelle scuole è la parete delle latrine.”
A questo punto, a qualunque prezzo, anche a costo di pagare pingui pensioni agli operatori del sistema, anche a rischio di contestazioni estemporanee, per Papini bisogna chiudere le scuole e restituire così ardore e gioia alla vita dei ragazzi.
Per fortuna e per disgrazia, quella scuola, che agli inizi del Novecento era ancora funzionante nonostante l’accorata descrizione papiniana, oggi è a tal punto disastrata che il potenziale dissacratorio di questo autore è disinnescato dalla superficialità noiosa con cui lo liquidano in poche righe gli ineffabili compilatori dei nostri libri di testo.

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