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Il Cecco Angiolieri di Boccaccio

Cecco protagonista di una novella del Decameron (IX, 4)


La nona giornata del Decameron è la più letteraria di tutte: Boccaccio, complice anche la momentanea libertà tematica che si è concesso, inserisce personaggi storici realmente operanti nella Toscana dell’epoca e già immortalati nelle pagine della letteratura.
Nella quarta novella, raccontata da Neifile, compare , negli inediti panni dell’uomo frodato, un Cecco Angiolieri più onesto e meno scaltro di quanto la sua vena poetica iconoclasta lascerebbe sospettare.
Boccaccio ci conferma subito che i rapporti in casa Angiolieri erano molto tesi; il comune disprezzo per l’autorità paterna aveva spinto il poeta, “il quale e bello e costumato uomo era”, a fraternizzare con il quasi omonimo Cecco di messer Fortarrigo (che concluderà sulla forca per omicidio la sua scellerata esistenza).
Cecco smania per dimostrare la propria autonomia e ambisce ad un lavoro; per questo, quando viene a sapere che il papa cerca un fiduciario nella marca anconetana, briga tanto da ottenere il posto. I soldi che estorce al padre per le prime spese di rappresentanza, spera, saranno gli ultimi chiesti a prestito: la sua vita sta cambiando e le sue abilità verranno presto dimostrate.
Peccato che, ad accompagnarlo come scudiero, ci sia Cecco di Fortarrigo, che, in nome del comune senso di riscatto contro i genitori, riesce a vincere le titubanze del poeta, ben conscio della sua trista fama di dissennato biscazziere e di ubriacone.
Il sodalizio fra i due dura solo 40 km, lo spazio intercorso, cioè, fra Siena e Bonconvento, prima tappa del viaggio. L’Angiolieri, in barba ai suoi proclami su “donne, taverna e dado”, va subito a riposare, lasciando l’amico libero di darsi ai dubbi piaceri del vino e del gioco.
In poco tempo, il Fortarrigo perde non solo i suoi averi, ma anche quelli sottratti nottetempo al suo compagno ed ammontanti per intero alla somma sborsata per le prime spese dal vecchio Angioliero.
Al risveglio, il poeta non trova più i suoi soldi e accusa di furto, in maniera sgarbata ed agitata, i proprietari e gli avventori della taverna. Sopravviene, in maniche di camicia, il Fortarrigo, sbronzo e seguito dai creditori. Dalla cospicuità della perdita, si arguisce subito che il vero ladro è proprio lui. La scena che segue è surreale, una vera e propria Babele in cui l’Angiolieri accusa, sbraita, maledice e il Fortarrigo, come se le contumelie non fossero a lui rivolte, continua a chiedere in prestito denaro per soddisfare i creditori e tempo per rifarsi delle perdite.
Il poeta, esasperato, rinuncia all’inutile dialogo e sprona il cavallo per andar via.
A che cosa arriva la malizia dell’uomo!?! Fortarrigo lo segue, in maniche di camicia e con il fiato grosso: all’approssimarsi di un campo in cui lavoravano certi robusti agricoltori, comincia a gridare: “Fermatelo! Al ladro!” come se il ladro fosse l’Angiolieri e non lui. L’aspetto dimesso e sconvolto del furbo impostore testimoniavano una fallace onestà: allora la solidarietà ancora albergava in questa terra e così i braccianti bloccarono l’Angiolieri, che, nonostante le sue oneste professioni di innocenza, non fu creduto e fu spogliato di cavallo e panni perché fossero “restituiti” a Fortarrigo.
E così”, chiosa Boccaccio lasciando del tutto aperta la questione “la malizia del Fortarrigo turbò il buono avviso dell’Angiulieri, quantunque da lui non fosse a luogo e tempo lasciata impunita”.

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