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Il girone dei golosi

Il peccato di gola e la sua punizione (Inf. VI, 7-12)

L’ossessione per il cibo scandisce questo scorcio di secolo: fioriscono dappertutto ristoranti tipici, lo slow food trionfa tanto da caratterizzare interi tour tutti enogastronomici, gli internauti si scambiano con enfasi ricette e consigli.
Parallelamente, l’estetica dominante impone una bellezza diafana, androgina, snella fino all’anoressia e il computo delle calorie diventa ossessivo.
Il goloso, quindi, più che un peccatore indefesso, è dalla morale comune disprezzato per l’incapacità di autoregolamentazione; la sua pena, l’adipe in eccesso, è considerata il male per eccellenza e il suo inferno si dipana tra diete non rispettate e umiliazioni quotidiane.
Per gli antichi, invece, che conoscevano il morso della fame, dato che conciliare pranzo e cena era prerogativa di pochi, il goloso era innanzitutto un egoista, che dissipava per i suoi piaceri mezzi che sarebbero stati di sostentamento agli altri.
Dante, che goloso non era, tratta con sufficienza i dannati del terzo girone, limitandosi a descrivere le sofferenze causate loro da un piovasco insistente e maleodorante, nonché dallo strazio che ne fa Cerbero.

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova. 9

Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve
.        12

Sapegno, che probabilmente non annoverava fra i propri vizi il peccato di gola, scrive a riguardo: “Non è facile questa volta stabilire un preciso rapporto fra la pena e la colpa; certo è che alla qualità tutta sensuale di un peccato, che avvilisce l’uomo a una condizione bestiale, corrispondono la materialità ripugnante del castigo e quello stato di prostrazione in cui i golosi giacciono immersi in una sorta di torpore animalesco”.
A contraddire questo presunto torpore, Dante stesso svela, nei vv.19/21

Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.

A me che sono golosa, il contrappasso sembra invece evidente: come in vita i golosi sono stati ossessionati dal pensiero ricorrente del cibo, così sono battuti continuamente dalla pioggia. Come essi amarono gustare cibi di mille sapori, inspirando fragranze deliziose e assaporando gusti diversissimi, così ora subiscono l’immutabilità di una pena che mortifica tutti i sensi.
Cerbero, che di loro fa strage, rendendoli divorati, da divoratori che erano, mima con la sua bestiale avidità l’atteggiamento famelico che troppe volte costoro assunsero in vita.

Commenti dei lettori

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  • angelina

    27 Jan 2010 - 20:27 - #1
    0 punti
    Up Down

    k skifo di sito!!!!!!!!!!!!!!!

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