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Il pessimo e 'l crudele odio ch'i porto

Dissapori in casa Angiolieri


Scene di vita familiare: davanti al figlio che chiede e pretende denaro da sperperare il genitore parsimonioso si irrigidisce e nascono le incomprensioni. Gli adulti non comprendono quanto il loro “superfluo” sia esigenza vitale per i giovani, che a loro volta non riflettono sui sacrifici legati a quei denari.
La situazione è qui polarizzata, in quanto il figlio, Cecco Angiolieri, è un vizioso convinto e compiaciuto e il padre, Angioliero, è un trombone tronfio e pieno di alterigia per gli onori connessi al suo lavoro di tesoriere del papa Gregorio X.
L’oggetto della contesa è un fiaschetto di vino che il poeta vorrebbe prelevare dalla cantina con la ferma obiezione del padre, dettata da avarizia (come sostiene il figlio) e da incomprensioni pregresse.
Il poeta rimugina fra sé e sé e, senza i toni trionfalistici ed estremi del più famoso, S’i'fosse foco, borbotta un sonetto comunque divertente:

Il pessimo e ‘l crudele odio ch’i’ porto
a diritta ragione al padre meo
il farà vivar più che Botadeo,
e di ciò già buon dì me n’ sono accorto.

Non c’è remissione di peccato: l’odio è sbandierato nel primo verso, è assoluto, totalizzante ed è percepito come problematico perché, secondo le dicerie medievali, portava salute al destinatario di tanto disprezzo. Botadeo, esempio di longevità, è l’ebreo errante per eccellenza, condannato da Dio a non trovare mai la pace della morte. La vita di Angioliero, dunque, è funesta e offensiva, come quella di chi fece torto alla divinità non riconoscendo e crocifiggendo Cristo.

Odi, Natura, se tu ha’ gran torto:
l’altrier li chiesi un fiasco di raspeo,
che n’ha ben cento cogna ‘l can giudeo:
in verità, vicin m’ebbe che morto.

Addirittura, dunque, Cecco chiama in causa la Natura, affinchè faccia il suo dovere e tolga dal mondo dei vivi un uomo siffatto: peccato che all’enfasi dell’allocuzione non corrisponda la gravità dei peccati: solo un po’ di vino (e della qualità peggiore, ricavato come è dai raspi, tanto per minimizzare l’entità della richiesta) ad un uomo che ne ha cento botti. Continua il riferimento all’avarizia “giudea” del padre, la cui reazione è violentissima.

- S’i’ glil’avessi chèsto di vernaccia? -
diss’io, solamente a lui approvare:
sì mi volle sputar entro la faccia.

Cecco provoca: non chiede, non pietisce, non accetta, ma esaspera la richiesta, pretende un vino migliore, un bianco pregiato, a dimostrare al padre che c’è sempre un limite che si può superare. Decisamente poco fine, ma di sicuro effetto comico, la reazione del genitore.

E poi m’è detto ch’i’ nol debbo odiare!
Ma chi sapesse ben ogni sua taccia
direbbe: - Vivo il dovresti mangiare!».

Ex pluribus unum: si ritorna al tema dell’odio, che apre e chiude il sonetto. Stavolta, però, c’è una soluzione al problema dell’eredità che tarda e la suggerirebbe chiunque sapesse tutte le tacce, i vizi, dell’uomo: mangiarlo vivo, sbranarlo, non aspettare che la natura compia il suo corso.

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