
Piace immaginarli così, i poeti, presi nel fuoco creativo, sordi ad ogni contingenza umana, vinti da un’ispirazione che sa di divino.
Eppure scrivere è un lavoro, e dei più faticosi.
Serve concentrazione, originalità, curiosità: bisogna fiutare la moda, prevenire le esigenze di un pubblico esigente e volubile, contrattare con gli editori, lottare contro le scadenze.
Non c’è niente di meno epico di uno scrittore professionista.
Lo sa bene D’Annunzio, il Vate, il simbolo di un’età ardita ed orgogliosa, teso fra il desiderio di preservare la propria fama e la necessità di dare una stampella economica agli eccessi che caratterizzarono la sua vita.
Nel Vittoriale, invaso dai 33.000 volumi della sua collezione privata, sono destinate alla scrittura diverse stanze e i libri sono dappertutto, perché solo leggendo e meditando si dà linfa alla creatività.
Lugubre è la stanza adibita a segreteria: alla porta campeggia la riproduzione plastica di una mano, rossa come il sangue, accompagnata dal lugubre motto “Recisa quiescit” (tagliata, riposa) quasi a giustificare il ritardo cronico con cui l’autore sbrigava la corrispondenza e intratteneva rapporti epistolari con il mondo.
Più luminosa, ma ugualmente ingombra di oggetti disparati, è l’Officina, la stanza dedicata alla produzione letteraria. Una porticina insolitamente bassa impone al visitatore di inchinarsi di fronte al lavoro mastodontico per qualità e quantità sbrigato dall’autore, che, vero artigiano della parola, crea, forgia, plasma pensiero in forma di scrittura.
Al suo fianco, la statua di Eleonora Duse lo affianca, bendata: la Musa ispiratrice deve guidare con la sua presenza muta, non stordire e offuscare i sensi con la prepotenza della sua avvenenza.
E qui, D’Annunzio scrive.
La critica contemporanea gareggia nel ricercare le fonti, le suggestioni, le citazioni al limite del plagio da altri autori, da altre letterature, addirittura dai dizionari, studiati approfonditamente alla ricerca della parola insolita, del termine sinuoso che affascini il lettore e lo annienti nel confronto impietoso tra la propria pochezza espressiva e la magniloquenza di D’Annunzio.
Si imputa all’autore proprio questa vaghezza contenutistica, l’assenza di una cifra espressiva peculiare. Egli ha toccato ogni tematica, si è mostrato ascetico e volgarissimo, amorale e santo, passionale e atarassico, secondo l’estro del momento, secondo la maschera che aveva deciso di indossare o, secondo i maligni, secondo il testo che stava per plagiare.

Benedetta Colella








