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La morte di D'Annunzio

Si spegne il Vate (1° marzo 1938): illazioni e ipotesi di complotto

La vecchiaia gli stava addosso come il peggiore dei mali.
Gli stravizi di una vita immaginifica, la promiscuità sessuale, l’abuso di droghe, avevano trasformato l’ardito, il vate, l’esperimentatore in una larva tenuta insieme solo dalla tenacia dello spirito.
Il giorno della morte, Gabriele D’Annunzio non aveva ancora compiuto 72 anni, ma il corpo stremato lo sottoponeva a prove durissime e umilianti: piorrea, emorroidi, emicranie, gastriti e spasmi intestinali. “Un bipede stercorario” si definisce in un momento di amara disperazione.
Pure, se tornavano le forze, il suo animo si ritraeva dalle scelte politiche dissennate di quegli anni: senza aver più il dono di ammansire le folle, vedeva e criticava la svolta nazista della politica e diffidava massimamente di Hitler.
Per questo, Giordano Bruno Guerri, nella sua appassionata biografia “D’annunzio. L’amante guerriero”, punta il riflettore su qualche coincidenza. Mi affido alla prosa inarrivabile del superbo opinionista.”La sua ostilità era nota anche ai tedeschi, tanto che ne è nata un’ipotesi suggestiva. Si tratta dello strano trasferimento di Emy Heufler, la cameriera tuttofare di Gabriele, che alla sua morte passò al servizio di Joachim von Ribbentrop, il ministro degli esteri nazista: una coincidenza tanto sorprendente da far pensare che Emy fosse un agente segreto. La sua missione sarebbe stata accelerare la fine di un uomo che, seppur privo di effettivi poteri politici, poteva rappresentare un ostacolo per l’alleanza con l’Italia. La Heufler avrebbe dunque somministrato a Gabriele veleno invece che medicina, e soprattutto avrebbe accresciuto la sua già penosa dipendenza dalla cocaina”.
Si vocifera che Mussolini non fosse estraneo alla cosa: un’intercettazione telefonica dimostrò che, quando Rizzo comunicò al Duce la morte di D’Annunzio, uno dei due esclamò “Finalmente!” (esclamazione che può essere comunque intesa in molteplici accezione: sollievo per essersi liberati di un pensatore scomodo, compassione umana per le sofferenze del malato, critica alla poca celerità con cui la notizia fu divulgata).
A me non sembra che si possa escludere un vero e proprio suicidio. La data del compleanno si avvicinava inesorabilmente (12 marzo), la Patria si stava vendendo ad un assassino, la penna, la testa e il corpo non rispondevano più allo spirito volitivo.
In parecchie opere, D’Annunzio aveva magnificato il suicidio come estrema libertà dell’uomo. Egli, che aveva sempre plasmato la sua vita come un’opera d’arte, volle concedersi forse un’uscita di scena spettacolare.
Sulla scrivania della Zambracca, la stanza spogliatoio del Vittoriale, la testa di D’Annunzio crollò per sempre (morire a lavoro, il sogno di uno spirito attivo: era circondato di libri sull’economia della Toscana, sui quali si documentava in vista di un lavoro su Santa Caterina) sul Barbanera 1938, libro di previsioni che vaticinava, nella pagina del 1° marzo, la notizia, sottolineata a penna dal Vate, della morte di un uomo illustre.

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