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Le smanie per la villeggiatura

Un'attualissima commedia di Carlo Goldoni

Le vacanze, croce e delizia dei lavoratori, momento spensierato in cui si dilapida quanto accumulato in un anno di sacrifici, status symbol, diventano “obbligatorie” nel corso del Settecento.
Non ci si allontana dalla città per cambiare aria o compagnie, né per imparare nuovi usi e costumi, ma per ostentare un’opulenza più apparente che reale.
Ben lo spiega Carlo Goldoni nell’introduzione a “Le smanie della villeggiatura”, una commedia pubblicata a Venezia nel 1761, allegra, briosissima, veloce, ricca di colpi di scena e cambi di prospettiva, in cui trionfano la futilità e l’apparenza di un gruppo di borghesi che organizzano la propria vacanza curandone ossessivamente dettagli fastosi e abbondanze sardanapalesche.
L’autore ammicca al lettore: “ L’innocente divertimento della campagna è divenuto a’ dì nostri una passione, una mania, un disordine. Virgilio, il Sannazzaro, e tanti altri panegiristi della vita campestre hanno innamorato gli uomini dell’amena tranquillità del ritiro; ma l’ambizione ha penetrato nelle foreste: i villeggianti portano seco loro in campagna la pompa e il tumulto delle città, e hanno avvelenato il piacere dei villici e dei pastori, i quali dalla superbia dei loro padroni apprendono la loro miseria”.
Grandi assenti, i soldi che dovrebbero permettere lussi e sfarzi. Si va a debito, però, senza preoccupazioni, perché ostentare un tenore di vita alto, sommare ospiti, inviti e cene conta, nel bel mondo in ascesa, più che consolidare i propri possessi e garantirsi un futuro.
In un attimo di lucidità, è Vittoria, fanciulla quanto mai leggera, ad intuire la triste verità sottesa a tanti preparativi: “ Quando si è sul candeliere (cioè molto in vista n.d.R), quando si è sul piede di seguitare il gran mondo, si attirano gli scherni e le derisioni. Bisognerebbe non aver principiato. Oh, costa molto il dover discendere!”
Due famiglie livornesi decidono di partire insieme per la villeggiatura. I preparativi sono frenetici; ognuno vuole stupire l’altro, millantando un gusto e una ricchezza che è ben lungi dal possedere. Anche l’amore, che pure è presente e che anzi è il motore della storia (il sentimento che lega Leonardo alla frivola Giacinta, a sua volta corteggiata da Guglielmo, ospite non sempre gradito), è subordinato all’apparenza, alla civetteria, alla moda.
Stavolta non ci sono impedimenti alla storia d’amore: né proci pressanti, né padri avari, nè equivoci di sorta, che sono il nerbo di altre commedie, ostacolano il matrimonio. I protagonisti sono frenati dalla loro stessa ansia di comparire, di brillare, di emergere, che colora di miele il fiele di relazioni umane insincere (presunta l’amicizia fra le due cognate, presunta l’ospitalità di Filippo, il gioviale padre di Giacinta).
L’unico saggio, il vecchio Fulgenzio, che ancora crede nell’onore, nel rispetto e nell’onestà, appare, dal contrasto con gli altri personaggi, solo un pedante, noioso laudator temporis acti, stimato, sì, ma mai del tutto ascoltato.
Eppure le sue massime di saggezza dovrebbero essere proprio introiettate da tutti: “Val più il dormir quieto, senza affanni di cuore (dovuti alla pressione dei creditori n.d.R.) di tutti i divertimenti del mondo. Fin che ce n’è tutti godono. Quando non ce n’è più, motteggi, derisioni, fischiate

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