
Per gli studiosi che si avvicinano all’opera di Italo Calvino c’è un indubbio vantaggio: l’autore, molto attivo come critico letterario e ben inserito in ambito editoriale, fu il primo esegeta delle sue opere, di cui ricostruì genesi, stilemi e poetica.
Ciò vale anche per Marcovaldo, relegato tra i libri per ragazzi anche se la prospettiva ingenua e perdente del protagonista si presta ad una svalutazione da parte dei giovani ed è invece poi compresa nelle sue potenzialità eversive solo quando si diventa adulti.
Il sottotitolo “Stagioni in città” evidenzia l’allontanamento dai ritmi naturali imposto dalla città, in cui la natura è zittita da edilizia selvaggia e traffico impazzito: ricostruirne i ritmi, restar fedeli alle tradizioni di campagna è uno sforzo destinato sempre al fallimento per il povero operaio che agisce in questi racconti.
Calvino stesso spiega, nella prefazione all’edizione scolastica del 1966, come l’assetto definitivo (venti racconti, progressivamente più lunghi e complessi, ambientati uno per stagione in cinque anni diversi) derivi da tentativi diversi.
Troppo noioso compattare le storie per stagione: lo scenario simile avrebbe sottratto all’opera quel senso di working progress che fa del romanzo un macrotesto (e infatti parecchie scolaresche inviarono all’autore nuove storie di Marcovaldo da loro elaborate in classe). Troppo tecnico modulare i racconti dal più semplice al più complesso: infatti, queste storie ebbero come prima destinazione le pagine, prestigiose e politicizzate, di L’Unità e furono pertanto legate a vincoli di spazio, via via meno ferrei con la crescita di consensi attorno alla serie.
Il punto di forza del libro è individuato dallo stesso autore nella ripetitività dello schema: il protagonista sogna un ritorno alla natura e ne rimane sempre disilluso. “A contrasto con la semplicità quasi infantile della trama di ogni novella, l’impostazione stilistica è basata sull’alternarsi di un tono poetico-rarefatto, quasi prezioso (cui tende la frase soprattutto quando accenna a fatti della natura) e il contrappunto prosastico-ironico della vita urbana contemporaneo”, nota Calvino.
Marcovaldo, però, pur nelle sue delusioni, non è un fallito: indica ai lettori una strada, insegna l’ostinazione, impone l’allontanamento dal pensiero dominante e, se i risultati sono comici, tragica è la società che li rende vani.
Letteratura Italiana
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Marcovaldo
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