
Venti anni dopo la compilazione del dotto, ponderato, ritmato Natale, inno sacro fra i meno ostici, Alessandro Manzoni si trova a vivere, nel 1833, un 25 dicembre luttuoso e triste.
Non è solo la morte della moglie, quella Enrichetta Blondel così amata,(a cui fa seguito la dipartita della amatissima primogenita Giulia, di soli venticinque anni) a sgomentarlo; è la prepotente intrusione del dolore personale e privato in un animo che si credeva fortificato dallo studio e dalla fede.
Intuire nel cuore che batte e nel vuoto che assale l’inutilità degli scudi della ragione, sentire nella penna, che scrive quasi spinta da un moto proprio, interrogativi che si credevano sopiti venire a galla, irrompere, gridare l’inutilità dell’uomo e l’imponderabilità del Dio lo squassa nel profondo.
Eccolo, il bimbo che nasce!
Come Didone, trastullando il figlio di Enea, non sapeva quale Dio potentissimo (Eros) avesse in grembo, così Manzoni, immaginando Gesù bambino (non molto più bambino dei suoi figli privati della mamma), non può reprimere un urlo di sgomento e insieme di ribellione.
L’iconografia di Natale, poetica nella sua gioia, non deve far dimenticare il potere impenetrabile di una divinità sorda al volere individuale.
Leggiamo insieme questa poesia che è sangue e viscere di un autore di solito disincantato e razionale!
Notiamo, tremiamo a questo incipit così improvviso, a questa allocuzione diretta a Te, Dio terribile, come se, nella litania delle preghiere codificate, emergesse incontrollabile una riflessione sincera
Sì che Tu sei terribile!
Sì che in quei lini ascoso,
In braccio a quella Vergine,
Sovra quel sen pietoso,
Come da sopra i turbini
Regni, o Fanciul severo!
E fato il tuo pensiero,
È legge il tuo vagir.
Vedi le nostre lagrime,
Intendi i nostri gridi;
Il voler nostro interroghi,
E a tuo voler decidi.
Mentre a stornar la folgore
Trepido il prego ascende
Sorda la folgor scende
Dove tu vuoi ferir.
Ma tu pur nasci a piangere,
Ma da quel cor ferito
Sorgerà pure un gemito,
Un prego inesaudito:
E questa tua fra gli uomini
Unicamente amata,
Nel guardo tuo beata,
Ebra del tuo respir,
Vezzi or ti fa; ti supplica
Suo pargolo, suo Dio,
Ti stringe al cor, che attonito
Va ripetendo: è mio!
Un dì con altro palpito,
Un dì con altra fronte,
Ti seguirà sul monte.
E ti vedrà morir.
Onnipotente….La vena si esaurisce, o, forse, c’è una violenza ribelle che non può essere tradotta a parola, un pensiero blasfemo a cui non si vuol dare voce.
Certo, nella forza antitetica di Gesù, bimbo in fasce e contemporaneamente sordo, onnipotente Dio, c’è un richiamo all’inno alla Vergine di Dante e a quello di Petrarca ad elementi invertiti: oggetto di una diaporia è il bimbo che ferirà, morendo, il cuore di una madre nei cui palpiti e nei cui dolori rivivono le emozioni intense di Enrichetta Blondel.

Benedetta Colella








