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Risaotto al pomodauro

D'Annunzio parodiato.

Era parecchio tempo che il promettente Gabriele D’Annunzio pubblicizzava, differiva, rimandava, ma comunque vantava una nuova raccolta poetica che si preannunciava aristocraticamente rinascimentale.
Folgorato dal Liber Isottaeus, in cui a metà del Quattrocento un nutrito gruppo di intellettuali aveva magnificato le grazie dell’amante di Sigismondo Malatesta, la splendida Isotta Guttadauro, D’Annunzio aveva concepito un prodotto bibliografico d’eccellenza, una coproduzione con pittori e artisti abruzzesi, un’opera a più mani in cui vantare la sensualità delle eteree bellezze del rinascimento.
L’opera, pubblicata infine nel 1886, apparve subito insincera: le passioni e gli ardori non erano riprodotti con convinzione, ma ancorati ad una ricerca espressiva che inevitabilmente li fiaccava e illanguidiva.
D’Annunzio, che si era ritirato in volontario esilio per comporre l’opera, probabilmente in assenza di ispirazione aveva lavorato sulle fonti quattrocentesche imitandone lo stile prezioso e vuoto.
La delusione, ingigantita dall’attesa spasmodica con cui la comunità letteraria aveva atteso l’opera, fu inimmaginabile.
Sulle pagine del Corriere di Roma comparve, però, una parodia sgraziata e oggi introvabile, “Risaotto al pomodauro” (noto anche come “Risaotta al pomodauro”), che derideva fin dal titolo le preziosità cacofoniche della lingua poetica dannunziana e mescolava (proprio come in un risotto) vari ingredienti, fra cui il pepe dell’aneddotica biografica.
Insomma, al D’Annunzio, già adultero nonostante il recente matrimonio, vengono affibbiate un paio di corna: si suggerisce, infatti, che il suo incarico al giornale di Maffeo Sciarra, prodigo mecenate, sia stato ottenuto dalle grazie di Maria di Galles, la moglie, evidentemente non tanto casta, del poeta.
L’autore si firmava Raphael Panunzio, pseudonimo dietro il quale si nascondeva forse Giovanni Alfredo Cesareo, ma che fu rivendicato (forse a fini pubblicitari) dal direttore del giornale, l’abruzzese Edoardo Scarfoglio.
La replica di D’Annunzio fu sdegnata e, come al solito, sopra le righe: in una lettera aperta vomitò tanti e tali livori contro l’(ex?)amico che Scarfoglio fu costretto a sfidarlo in duello (in cui fu lievemente ferito ad un braccio).
L’evento non compromise, comunque, il sodalizio tra i due e anzi Matilde Serao, che fu moglie di Scarfoglio, dedicò diverse pagine alla produzione e alla biografia dannunziane. Anche per questo, il sospetto che l’intera polemica fosse un espediente pubblicitario per il creativo abruzzese (che, guarda caso, sostenne la sfida proprio a Porta Pia e proprio il 20 novembre) non mi sembra da sottovalutare.

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