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S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo

Il grido di liberazione di Cecco Angiolieri


C’è qualcuno che non conosca questo sonetto?
La sua forza, l’ironia venata di disperazione, la virulenza espressiva inchiodano il lettore. L’anafora insistita del S’i'fossi facilita la memorizzazione e ritma il crescendo di enfasi con cui il poeta si perde nel suo gioco delle parti.
Non è un caso che si siano cimentati nella declamazione attori del calibro di Gassmann e poeti come De Andrè.
In un mondo lirico fatto di sospiri e buoni sentimenti, il sonetto di Cecco è un urlo di ribellione, un razionale e convinto atto di misantropia spaccona, che suona sincero pur se si inserisce in un genere tradizionale.
I provenzali, infatti, avevano spesso poetato con la tecnica del plazer, l’elenco, cioè, di tutte le squisitezze e le piacevolezze della vita, in contrasto con l’altrettanto topico enueg, lista di eventi fastidiosi o noiosi.
E che cosa piacerebbe a Cecco?

S’i’ fosse fuoco, arderei ‘l mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo;

A Cecco piacerebbe, dunque, essere una forza primordiale, uno dei quattro elementi tradizionalmente all’origine del mondo: il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra (significativamente sprofondata da Cecco/Dio), per compiere a ritroso il processo di creazione, fino all’annientamento del mondo.

s’i’ fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s’i’ fosse ‘mperator, ben lo farei:
a tutti tagliarei lo capo a tondo
.

Dalla natura all’attualità, dai quattro elementi primordiali ai due despoti del mondo medievale: papa e Imperatore, accomunati dalla potenza e dalla capacità di nuocere, il primo, imbrigando, cioè mettendo nei guai i fedeli (ma qui Cristiani è inteso antonomasticamente come esseri umani, senza connotazione religiosa né morale), il secondo tagliando teste a tondo, variamente inteso come particolare macabro (passando la lama attorno a tutto il collo) o, più probabilmente a mio avviso, come espressione di casuale barbaria (a caso, girandomi intorno per colpire più persone possibili)
S’i’ fosse morte, andarei a mi’ padre,
s’i’ fosse vita, non starei con lui:
similemente faria da mi’ madre.
Continua la anticlimax: gli strali di Cecco, che prima avevano interessato tutto il pianeta e poi la sola società medievale, si rivolgono ora all’interno della famiglia, contro quei genitori che, con il loro buonsenso e la loro avarizia, impediscono a Cecco ogni divertimento. La loro morte significherebbe per lui eredità e quindi donne, taverna e dado, cioè i piaceri del talamo, della gola e del brivido d’azzardo

S’i’ fosse Cecco, com’ i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui

E’ stato tutto un gioco, un divertissement. Nella chiusa ad effetto, Cecco, strizzando l’occhio al lettore avveduto, mantiene nella protasi il congiuntivo imperfetto, quello dell’irrealtà (Se io fossi Cecco, se io fossi il poeta maledetto che incarno per gioco letterario), subito corretto dal com’io sono e fui, ma in realtà potenziato dal successivo chiasmo verbo/oggetto/oggetto/verbo (torrei le donne giovani e leggiadre/ e zoppe e laide lascerei) che stilisticamente indica una situazione complessa e paradossale.
Inutile aggiungere che, con buona pace degli stilnovisti, le donne, al plurale, sono intese come strumenti di piacere fisico e non di elevazione morale.

Commenti dei lettori

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  • Firomaco Paristeo

    11 Jan 2011 - 18:56 - #1
    0 punti
    Up Down

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