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Vincenzo Monti, “poeta dell'orecchio”.

Considerazioni sulla famosa, e ingenerosa, definizione leopardiana

Vincenzo Monti incarnò per molti anni la cultura italiana: tutto sperimentò, con tutti corrispose, tanti stroncò, altrettanti esaltò.
Non esiste letterato del primo Ottocento che non abbia avuto rapporti di sudditanza o di opposizione con il vecchio autore, condannato oggi a un ruolo di non primissimo piano per la feroce incomprensione foscoliana e l’ancor più fosca definizione di Leopardi.
Il giovane, introverso poliglotta a confronto con l’uomo di mondo: c’è di che nutrire i gossip dell’epoca. Monti non conosceva il greco, ma, con la sua traduzione poetica dell’Iliade, fece per la cultura classica ben più dei tanti intellettuali che, con lessico settoriale e questioni di filologia pedissequa, avevano tenuto ben nascosto fra carte polverose il fascino dell’epica. (e probabilmente vedeva nel giovane recanatese uno dei tanti spenti compilatori)
Leopardi leggeva Omero in lingua e operava sul testo acute osservazioni linguistiche e comparatistiche (e probabilmente considerava un’impostura l’operazione culturale dell’altro).
Eugenio Baroncelli, nel suo Libro di candele, smussando i termini della questione, dedica all’incontro qualche bella osservazione, che qui ripropongo per intero: “(Vincenzo Monti) nell’estate del 1825, vecchio di sessantasette anni, ormai irrimediabilmente sordo, ricevette nella sua casa milanese il conte Giacomo Leopardi, giovane di ventisette e irrimediabilmente tisico (“e in verità non ho forza di petto che basti a conversare con lui nemmeno un quarto d’ora”). Si dice che, forse presago di incarnare la dine di un’epoca, abbia accolto l’ospite, in cui forse indovinava il principio di un’altra, con aperta cordialità, e possiamo crederlo. Si sa che poi l’altro ebbe a definirlo poeta dell’orecchio, non del cuore, e questo è più difficile da credere”.

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