
Quando la Musa chiama, il poeta risponde.
Giuseppe Gioachino Belli impiega gli anni della giovinezza a studiare le sue possibilità letterarie: c’è un fuoco in lui, c’è la smania di narrare e divulgare, non sono ancora chiari, però, i mezzi attraverso cui imporsi nel panorama culturale.
Così, comincia ad occhieggiare il mondo classico: nelle gesta della storia, romana soprattutto, vede inesauribili spunti di narrazione e ne scrive a lungo, con entusiasmo, con logorrea. Bastino i titoli dei ben miseri poemi giovanili per indicare la multitematicità del corpus: “Eccidio di Gerusalemme”, “Per la Natività di N.S. Gesù Cristo”, Viaggio d’amore”.I versi retorici, fatti di lessico aulico e citazioni continue, non lo appagano e si lancia, così, nella produzione teatrale: “Ugolino della Gherardesca nella torre della fame” che lui stesso definì “ porcheria, come tutte le altre cose mie, quale più quale meno”.
Per documentarsi, legge: e lasciamo l’elenco alla penna briosa di Massimo Grillandi, ottimo biografo del Belli, “Più grave, invece, è la sua tresca con la storia: studia quella medievale sui lugubri scritti del Verri, divora i testi del Cesarotti e del Monti, vaga e vagherà un po’ a casaccio sugli autori più strampalati: da Anneo Floro al Davila, dal Sigismondi al Cantù, dal Cuoco al Rollin, dal Miguet al Tocqueville”-
Tanta indigestione giovanile evidentemente gli turbò a lungo le viscere se il 17 febbraio 1833 scrisse questo esasperato sonetto:
Che bell’abbilità, che bella groria
de sapè recità stà filastroccola!
Quanto faressi meglio èsse ‘na zoccola
e nun vienicci a fa tanta bardoria.
Che me ne preme un cazzo de l’istoria:
a me mi piace di vive alla broccola,
senza stamme a intontì la cirignoccola
e impicciarmi li fili alla memoria
E che! Ho da fa il teolico, il profeta
ho da incide le statue, li quadri,
m’ho da mette la mitria, la pianeta?
Bast’a sapè ch’ogni donna è puttana
e l’ommini ‘na manica di ladri,
ecco imparata l’istoria romana.
In una nota il Belli afferma di dissociarsi apertamente dal contenuto del sonetto, espressione popolare e non personale; tuttavia la vividezza delle immagini e il pessimismo cosmico dell’ultima folgorante terzina sono propri della più sentita vena poetica del poeta.

Benedetta Colella








