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D'Annunzio: l'amante guerriero

Un'ottima biografia di Giordano Bruno Guerri (Mondadori, “Le scie” 2008)

La “vita inimitabile” di Gabriele D’Annunzio è di per sé un’opera d’arte. Il Vate ha dedicato alla sua esistenza la stessa foga epica che ha trasfuso nelle sue opere e, anticipando e precorrendo Nietzsche, ha teorizzato l’idea del Superuomo, dell’uomo cioè che deve provare tutto, il sommo bene e il sommo male, per conoscere davvero se stesso.
Per questo, ha plasmato la propria esistenza senza concedere nulla all’apatia, alla pigrizia, alla quotidianità: le donne che si alternarono nel suo letto scontarono con la follia o con l’indigenza la passione ustionante che quest’uomo non bello e non fedele sapeva far avvampare in loro, i soldati che si fidarono di lui bruciarono a Fiume la loro credibilità umana.
D’Annunzio credeva in sé stesso e si ubriacava delle sue parole: la stessa eloquenza fascista, fatta di slogan che lavarono il cervello agli italiani, è mutuata quasi interamente dai discorsi, dai romanzi, dalle lettere del grande autore. Proprio per le sue interazioni con Mussolini, proprio per gli ideali gloriosi che tuttora sa trasmettere a chiunque ne legga senza preconcetti le opere, oggi è considerato uno scrittore pericoloso.
Per questo nelle antologie compaiono solo gli stralci più edonistici, sterilmente descrittivi, pomposamente arcaicizzanti nello stile: chi legge, archivia subito l’esperienza letteraria di D’Annunzio come inattuale. Non c’è deterrente maggiore alla conoscenza dell’autore che la lettura a scuola del passo della preparazione del The tratto da “Il piacere” o, peggio, di qualche poesiola come “Settembre” e “La pioggia nel pineto”.
Giordano Bruno Guerri, eccellente biografo, vero e proprio medium della penna poiché sa resuscitare e far di nuovo vivere nella fantasia del lettore i personaggi che tratteggia con acume di storico e passione di narratore, ha il merito non tanto di aver ripercorso le gesta davvero incredibili che fecero grande D’Annunzio (ben più di un tomo è stato dedicato prima di questo al grande abruzzese), quanto di averne riscoperto l’enfasi e l’attualità.
Quando Guerri racconta la “ beffa di Buccari” e Fiume, “La città di vita”, quando, un po’ prima, descrive i languori nell’esilio parigino, quando stralcia dal nutrito corpus dannunziano le frasi che meglio spiegano stati d’animo e moti eroici, quando Guerri scrive, insomma, D’Annunzio si anima, risorge, torna ad essere l’invitto stratega, il grande poeta e non lo sbiadito protagonista di poche pagine sui libri di scuola.

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