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Erano i capei d'oro a l'aura sparsi

La poesia più famosa di Francesco Petrarca

La novantesima poesia del Canzoniere è un sonetto di rara bellezza, antologizzato ovunque per le peculiarità dello stile, anche in contrapposizione alla concezione dantesca della donna.
E’ descritta nelle quartine e interiorizzata nelle terzine l’epifania (cioè l’apparizione) di Laura, resa all’imperfetto perché rivissuta migliaia di volte nei ricordi e forse nella fantasia di Petrarca.
Il ricordo fulgido non si opacizza con il tempo; rinnova anzi l’amore nonostante il tempo e i dolori abbiano cancellato in Laura quello sguardo splendente che tanto colpì il poeta. Leggiamo insieme la poesia:

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ‘n mille dolci nodi gli avvolgea,
e ‘l vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi
;

Le chiome al vento, simbolo di bellezza e libertà, sono divine: è Virgilio, infatti, ad immortalare in questa posa Venere che compare al suo Enea. Non è un caso: sottili riferimenti all’Eneide solcheranno tutto il componimento.
I riccioli della donna non sono definiti “dolci nodi” solo per usare una nobile perifrasi e per annientare in una sinestesia quasi ossimorica l’immagine: il legame che, con la sua bellezza, Laura impone al Petrarca è talora sopportato con gratitudine (“dolci”), talaltra ripudiato come un servaggio insopportabile (“nodi”). D’altra parte il “lume” è faro per l’esistenza sbandata del poeta, che su quel ricordo orienta la propria esistenza

       5e ‘l viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subito arsi?

La bella metafora dell’”esca” richiama da vicino la concezione stilnovistica per cui l’amore, specie se non consumato, specie se insoddisfatto, è prerogativa dell’uomo nobile: c’è un’inversione temporale (tecnicamente detta hysteron-proteron) per cui il viso si fa di “pietosi” colori per la compassione provata dalla donna verso le sofferenze amorose di Petrarca prima che si sia accertato l’”ardore”. Ed effettivamente nel “mi parea” petrarchesco si introduce una nota soggettiva (accentuata dalla successiva specificazione “non so se vero o falso” del tutto assente dalla poesia dantesca “Tanto gentile e tanto onesta pare” che viene sempre accostata a questa poesia)

Non era l’andar suo cosa mortale,
10ma d’angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana;

uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’io vidi: e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arco non sana
.

Ecco crescere l’enfasi, la situazione farsi miracolistica, l’intervento divino mostrarsi in tutta la sua potenza: la prima terzina sembrerebbe topica, e nei fatti compendia quanto espresse Dante nel sonetto di cui sopra, ma è subito smentita e circoscritta dall’ultima, sorprendente strofa. Già il chiasmo “spirto celeste, vivo sole”, accresciuto e sottolineato dall’assonanza di s preludono ad una situazione paradossale, che si scopre poi nella protasi del rigo seguente, preludio, sembrerebbe, ad un periodo ipotetico della possibilità. Petrarca, invece, da par suo riporta l’apodosi all’indicativo, facendone una gnome, una sentenza universalmente valida. Una ferita, una volta aperta, non cicatrizza se l’arco da cui la freccia fu scoccata torna al suo posto. Didone innamorata e smaniosa, nel IV libro dell’Eneide, si trovò nella stessa situazione e Virgilio fece osservare che il suo comportamento mimava quello di una cerva pazza di dolore per la freccia con cui la colpì un cacciatore. E se il feritore, ignaro del danno procurato, era dimentico dell’esistenza stessa dell’animaletto, non di meno quello soffriva per la ferita arrecata.

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