Da gran tempo è stata archiviata l’idea di un Giovanni Pascoli bucolico, attento cantore delle delizie naturali e annotatore di piccoli momenti di vita rurale.
L’inquietudine e il profondo dolore che irrompono fra le righe, che spezzano il verso e straniano il lessico fanno di lui un grande simbolista, che cerca nella certezza della nomenclatura, nella poesia di flora e fauna l’oblio da convinzioni ossessive e da ferite non rimarginabili.
La morte prematura e violenta del padre, Ruggero Pascoli, seguita dopo un anno dalla dipartita ancor più dolorosa della mamma, lo strappo quindi della famiglia originaria dispersa tra seminari, oratori e conventi, è percepita come intollerabile ingiustizia.
Vittorino Andreoli, noto psichiatra e divulgatore, dedica a I segreti di casa Pascoli un documentato volumetto che, sulla scorta di versi ed epistole autografe, diagnostica turbamenti e ossessioni del poeta delle Myricae.
A parer suo, Giovannino avrebbe sviluppato con la madre un rapporto edipico complesso, acuito dalla prematura dipartita di lei, che lo porta a identificarsi con il padre per aver diritto esclusivo all’amore della mamma.
Per questo, si fa carico con gioia delle sorelline Ida e Maria e, non appena raggiunta una certa solidità economica, le porta con sé per ricostruire un menage familiare esclusivo e lontano dal mondo di cui essere padre e despota assoluto.
Le giovani sorelle Pascoli non sono più, però, le bimbe timide che lasciò nel convento: Ida soprattutto, con le sue forme procaci, con una certa vitalità, difficilmente può incarnare il ruolo di figlia. Nell’universo affettivo pascoliano, non c’è posto per l’esterno: tutto deve restare nel nido, anche l’amore che ben presto travalica i confini di un normale sentimento fraterno e diventa passione di uomo verso la donna, con tutti i turbamenti che l’incesto sognato e differito può procurare in un uomo sensibile.
Maria, che mantiene i connotati di una bambina, sottile e bassa com’è, diventa così la figlia di elezione dell’anomala coppia e ne mutua tutti i capricci, i dispetti, quei comportamenti egoistici che fanno supporre ad Andreoli una forma non lieve di isteria.
Secondo lo psichiatra, la storia successiva (il matrimonio di Ida, la sofferenza di Giovanni e i tentativi di fidanzamento di lui, boicottati da Maria, il rapporto freddissimo che si instaurerà con la famiglia di Ida) potrebbe derivare da uno sconvolgente rapporto carnale tra i due fratelli maggiori scoperto e aborrito da Maria. Questo spiegherebbe l’ansia, la fretta, i riferimenti ad una “relazione normale”, le continue richieste di denaro da parte del cognato estorte con aria da creditore e senza moti di affetto, la disperazione di Giovanni e l’inizio della sua parabola discendente.
Mentre dalla sua penna sgorgavano limpidi i versi che lo resero famoso in Italia, il suo corpo si lasciava sempre più andare: il vino soprattutto, lenitivo degli animi, inneggiato dai classici che tanto amava, ben tollerato nell’ambiente romagnolo, diventa la sua ragione unica di vita.
La grafia delle epistole si fa disarmonica e tormentata sotto i fumi dell’alcool, la sua vita politica e professionale si degrada sempre di più fino alla morte, il 6 aprile 1912 per cirrosi epatica. Un medico pietoso, per salvaguardare la sua immagine e consegnarla più pura ai posteri, siglerà l’atto di morte per tumore; la sorella Maria, gelosa custode di archivi e memorie, carbonizzerà ogni lettera compromettente, ogni riferimento alle debolezze dell’uomo per eternare la memoria dell’artista.
Letteratura Italiana
Pubblicato
in: Ottocento
Giovanni Pascoli sul lettino dello psichiatra
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