La morte sta nascosta negli orologi

Riflessione sul sonetto “La golaccia” di Giuseppe Gioachino Belli

Quando non bisogna compiacere un uditorio raffinato, quando non si deve infarcire un testo di citazioni e allusioni, la verve poetica, slegata e sdoganata dagli orpelli formali, erompe più pura e vivida.
Belli fu scrittore compulsivo, come dimostrano i duemila sonetti del suo corpus, e su tutto si espresse con sguardo ora accorato, ora partecipe, ora ironico.
L’intuizione che, il 27 ottobre 1834, lo porta a consegnare al mondo “la golaccia” è di matrice classica, certo. L’accumulo smodato e insensati di beni materiali fu oggetto di derisione a partire dalla commedia greca, sicuramente, ma Belli seppe pervadere la satira, pur pungentissima, di un sottile rammarico per la precarietà del vivere.
Il tono cinico, ironico, spietato delle quartine lascia spazio, lentamente, ad una meditazione più intima e dolorosa, ad un anelito quasi spirituale di liberazione dai finti affanni e dalle stolte preoccupazioni che inchiodano all’infelicità l’animo umano.

LA GOLACCIA
Quann’io vedo la ggente de sto monno,
Che ppiù ammucchia tesori e ppiù ss’ingrassa,
Più ha ffame de ricchezze, e vvò una cassa
Compaggna ar mare, che nun abbi fonno,

Dico: oh mmandra de scechi, ammassa, ammassa,
Sturba li ggiorni tui, pèrdesce er zonno,
Trafica, impiccia: eppoi? Viè ssiggnor Nonno
Cor farcione e tte stronca la matassa.

La morte sta anniscosta in ne l’orloggi;
E ggnisuno pò ddì: ddomani ancora
Sentirò bbatte er mezzoggiorno d’oggi.

Cosa fa er pellegrino poverello
Ne l’intraprenne un viaggio de quarc’ora?
Porta un pezzo de pane, e abbasta quello
.

Fornisco una breve traduzione in italiano dal romanesco (consapevole che il brio e l’ acume di Belli sono difficilmente prescindibili dalle infinite potenzialità del suo dialetto)

L’INVIDIA
Quando vedo la gente di questo mondo che più accumula tesori, più si ingrassa, più ha fame di ricchezze e desidera una cassaforte senza fondo come il mare// dico: “Mandria di ciechi, accumula, accumula, agita i giorni tuoi, perdi il sonno, datti da fare, imbroglia: e poi? Viene la Morte con la falce e ti recide la matassa (dei beni accumulati e dei progetti per il futuro)// La morte sta nascosta negli orologi; e nessuno può dire: domani sentirò ancora il campanile battere il mezzogiorno di oggi// Che cosa fa un povero pellegrino quando comincia un viaggetto breve? Porta con sé un pezzo di pane e quello basta.

La golaccia è un termine volutamente volgare, di cui lo stesso Belli chiosa il corrispettivo italiano, privo di quel suffisso peggiorativo che fa dell’avarizia un peccato capitale (gola) inasprito. Ammuccchiare, e più oltre l’anaforico ammassare (legati fra loro da allitterazione), sono termini estremamente violenti, che indicano l’assenza di criterio e di garbo nell’accumulo. La morte, personificata nel “signor Nonno” (anche per la disperata negazione sottesa al nome), è netta, recide in un minuto quanto si è tramato per anni. La prima terzina, viene spesso interpretata come una replica del carpe diem: non è detto che vivremo, cioè, ancora le ventiquattro ore che ci separano dall’indomani. Secondo me, il senso è però più profondo: non solo non c’è garanza di vita, ma il battito delle ore non sarà mai uguale. Tutto scorre, compreso il tempo: più lo vuoi gestire ed impiegare (l’orologio, appunto, simbolo di una vita ordinata e ben scandita su ritmi preesistenti), meno riesci a viverlo e a goderne.
In una lettera del 1851, Belli stesso volle dare una spiegazione diversa di questa terzina: la morte nell’orologio, così, sta “ppe ffermavve le sfere immezzo all’ora”, per boicottare cioè il placido scorrere del tempo.

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