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L'amore ai tempi del telefono

Edoardo Sanguineti: “Vengo, con la presente”


Quanto il telefono abbia cambiato i nostri costumi è sotto gli occhi di tutti. Ben presto, però, soprattutto in un rapporto d’amore, nascono dissidi sui tempi e gli utilizzi del mezzo: c’è chi ne abusa davvero e stritola il proprio partner in una sequenza ininterrotta squilletto/telefonatina/sms e chi ne ama un utilizzo parco e risulta spesso irreperibile. Scattano quindi le recriminazioni del primo: non mi pensi/non mi ami/non mi vuoi. A furia di sentirsele echeggiare nell’orecchio, il restio si convince che dietro la propria freddezza telefonica si nasconda davvero un disinteresse per l’interlocutore.
Non c’erano ancora i cellulari ad esasperare il problema, ma già l’utilizzo del telefono creava qualche problema ad Edoardo Sanguineti, che, da poeta par suo, dedica alla sua donna questi versi che estrapolo da Scartabello XLVII poesie (ora in Microkosmos):

Vengo, con la presente, a te, per chiederti formalmente di esentarmi d’urgenza
dal comunicare, con te, per telefono (io non posso battere zuccate disperate,
contro il primo muro che mi trovo a disposizione, ogni volta, capirai,
appena mollo giù il ricevitore):
(perchè, mia diletta, io non saprò mai separare, stralciandole,
le tue parole, a parte, dai tuoi gomiti, dai tuoi alluci,
dalle tue natiche, da tutta te) (da tutto me):
sola, la tua voce mi nuoce

E’ una poesia profonda e bella, anche se ormai Sanguineti ha rotto ogni relazione ritmica e lessicale con la tradizione e non ci sono parole arcaiche da assaporare né una metrica per scandire i battiti del cuore. E’ poesia proprio lo scontro fra il linguaggio similformale del primo verso (usato a fini ironici, come spesso negli scherzi d’amore) e quello quotidiano delle “zuccate al muro”.
Il pensiero, che corre più delle frasi e che non segue un filo logico o la razionalità ricompattata invece nel parlare, si sperde in mille rivoli, esemplificati in quelle parentesi che si aprono e chiudono, sottintesi di un discorso in cui troppo sfugge, troppo si nasconde sul filo delle parole.
Per questo il telefono, che trasmette suoni, ma non sguardi, ma non gesti, ma non fisicità, al poeta non basta, anzi nuoce (in rima martellante con voce) perché dimidia il senso dell’amore.
E questa poesia, che parrebbe all’inizio rivolta da un uomo esasperato ad una donna assillante, diventa alla fine un inno all’amore pieno e completo, vissuto a due senza gli strazianti surrogati di cui la tecnologia ci sta rendendo schiavi.

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