L'avventura di un impiegato

Un bel racconto tratto da “Gli amori difficili” di Italo Calvino


Sono eroi postmoderni quelli che si sobbarcano il peso, la smania, la contraddizione del vivere. Anche se solitamente Calvino ama parlare per allegorie, architettare vesti favolistiche per la sua poetica, ne “Gli amori difficili” rinuncia alle sovrastrutture narrative e risulta, a mio avviso, più immediato e sincero.
L’impiegato oggetto del racconto in esame è Enrico Gnei, uno scapolo che vive con grande soddisfazione l’avventura di una notte.
Quanti sanno vivere con convinzione e distacco avventure occasionali sanno, come sa anche il protagonista, che esse nascono per il convergere di tante coincidenze: “una festa d’amici, una particolare e passeggera disposizione della signora (donna peraltro controllata e di non facili abbandoni) una conversazione in cui egli s’era trovato insolitamente a proprio agio, l’aiuto (da una parte e dall’altra) di una lieve esaltazione alcolica, vera o simulata che fosse, e poi ancora un’appena secondata combinazione logistica al momento dei commiati”.
Ciò non toglie che fu una notte intensa e piacevole che lasciò in una particolare disposizione d’animo il protagonista: “il non aver dormito non gli pesava, anzi gli dava come un’innaturale lucidezza, un’eccitazione non più dei sensi ma dell’intelletto”.
Il racconto si gioca tutto sulla contrapposizione fra la gioia e la grinta di Enrico, che sente di impersonare un latin lover e vorrebbe che tutti gli leggessero in faccia la soddisfazione per l’anomalo appagamento notturno, da una parte, e la vita routinaria in cui lui non è che un cliente, un conoscente, un collega, comunque un’entità senza spessore di cui non si ha voglia di interpretare i silenzi e stimolare le confidenze.
In una climax interessante, Enrico scambia qualche gesto con il bigliettaio del tram, qualche parola con il barista, scampoli di conversazione con il barbiere (“giovane poco loquace più per difetto di fantasia che per riserbatezza di carattere”), confidenze di facciata con un compagno di classe che non vedeva da tempo e infine consegne e lavori con i colleghi senza trovare l’interlocutore giusto per raccontare la sua avventura.
Alla fine, sarà costretto a raccontarla mentalmente a se stesso.
Di questa solitudine umana, di questa estraneità di vita tra i cittadini sarà testimone il cielo, referente oggettivo dell’intera situazione: “Il cielo si vedeva sopra i tetti non più limpido, ma sbiancato, invaso da una patina opaca, così come nella memoria di Gnei un opaco biancore andava cancellando ogni ricordo di situazioni, e la presenza del sole era segnata da un’indistinta, ferma macchia di luce, come una sorda fitta di dolore.

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