X agosto

Suggestioni e allusioni nella famosa poesia di Giovanni Pascoli

Sono passati 29 anni dalla morte di Ruggero Pascoli, ma, alla vigilia della commemorazione, il 9 agosto 1896, il figlio Giovanni ne rivive il trauma, affidando il ricordo alle pagine della rivista “Marzocco”.
Il tempo non lenisce il dolore, la malvagità inonda il mondo e si estende dalle specie animali agli uomini, ai martiri. La croce di san Lorenzo, stigma di ogni vivente, è presente già nel titolo, con quella data in numeri romani che si pone come un crocifisso, come una rondine uccisa, come un uomo ammazzato.
Ci sono tre momenti diversi nella poesia (la rievocazione del martirio, con l’allocuzione a san Lorenzo, l’apologo della rondine, animale caro alla tradizione cristiana perché confortò Cristo nell’agonia sulla croce, la morte di Ruggero Pascoli, insieme divina e bestiale), che però si rincorrono, si scambiano sintagmi, si fondono per offrire un’idea di dolore senza tempo e senza remissione.
Leggiamo la poesia:

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido
l’uccisero: disse: “Perdono”;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano invano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! D’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

Già la metrica, nell’alternarsi di decasillabi e novenari, trasmette l’idea dell’incompiutezza (decasillabo), della privazione (novenario). La struttura del componimento, poi, è ad anello, poichè si apre e chiude con uno sguardo al cielo inondato di stelle cadenti, foriere non, come da tradizione, di sogni e speranze, quando del dolore che, solo, accomuna i viventi. La rondine al “tetto”, l’uomo al suo “nido”: sono invertiti i termini della questione appunto a simboleggiare che tutto è male, che le bambole, l’affetto paterno, è per i bimbi cibo vitale, come l’insetto per i rondinini.
Nella nobilitazione del padre, Pascoli lo immagina nell’atto del perdono, con una certa incoerenza con il messaggio che egli stesso allegò al componimento sulla rivista: “Questo ricordo del X agosto 1867 io dedico ad alcuni ignoti uomini atroci; siano essi ora spettri che vagolano perpetuamente dal luogo ove uccisero al luogo ove furono uccisi, o siano teste rugose e bianche che sempre più si chinano all’ombra estrema, che cova la vendetta, o siano fronti pallide che provano a rialzarsi lentamente, sperando che essa Ate non venga più, non ci sia più…un po’ di pazienza ancora, un po’ di pazienza! Pazienza! Pazienza!”, rinviando nei fatti al giudizio divino la giusta vendetta per la loro colpa.
Nello stagliarsi “immobile, attonito” del padre, Pascoli allude al Manzoni, che ne “Il cinque maggio” (ancora una data come titolo!) definisce così la terra sconvolta da un evento incontrollabile e incoercibile, come appunto è l’esistenza del dolore e dell’ingiustizia nel mondo.

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