Avventura di un miope

La vita vista attraverso gli occhi di Italo Calvino (da “Gli amori difficili”)

Era il 1958: gli studi di ottica, che ci avrebbero regalato dopo qualche decennio le lenti a contatto, erano comunque ad uno stadio di avanzato sviluppo.
Italo Calvino, che miope non era, prova ad immedesimarsi nelle perplessità di chi vede poco e nel rapporto sclerotico che può sviluppare con gli occhiali, che gli permettono di osservare ma che alterano la fisionomia.
Il protagonista del bel racconto, ospitato nella raccolta Gli amori difficili, è Amilcare Carruga, “ancor giovane, non sprovvisto di risorse, senza esagerate ambizioni materiali o spirituali: nulla gli impediva, dunque, di godere la vita”.
A poco a poco, nella sua vita subentra la noia: le donne non gli sembrano più così belle, le primavere così fiorite, i film così vividi. Il problema non è di competenza psichiatrica, ma oculistica. Basta un bel paio di occhiali e per Amilcare cambia il modo di percepire le cose: “le cose più qualsiasi, anche un palo della corrente, si disegnavano con tanti minuti particolari, si riempivano ognuna di segnetti, puntini della barba, brufolini, sfumature dell’espressione che prima non si sospettavano… e scopriva che le stelle non erano spiaccicate sul fondo del cielo come uova rotte, ma erano trafitture acutissime di luce che aprivano attorno a sé infinite lontananze”.
Più, però, il mondo si svela per il miope, più egli si nasconde al mondo.”Si pensi che, quando uno che non ti conosce cerca di definirti, la prima cosa che dice è “uno con gli occhiali”: così quel particolare accessorio, che fino a quindici giorni fa t’era completamente estraneo, diventa il primo tuo attributo, si identifica con la tua essenza stessa. Ad Amilcare, scioccamente se vogliamo, diventare di punto in bianco uno con gli occhiali un po’ seccava. Ma non è tanto questo: è che basta che cominci a insinuartisi il dubbio che tutto ciò che ti riguarda è puramente accidentale, passibile di trasformazione, e che potresti essere completamente diverso e non importerebbe nulla, ed ecco che per questa via si arriva a pensare che se ci fossi o non ci fossi sarebbe lo stesso, e di qui il passo che porta alla disperazione è breve”.
Per evitare così un’identificazione fra gli occhiali e il suo volto, Amilcare sceglie una montatura parecchio vistosa, indossando la quale, però, diventa irriconoscibile lui. Di qui l’aporia: “Gli occhiali che gli rendevano visibile il resto del mondo, quegli occhiali dall’enorme montatura nera, rendevano invisibile lui. Chi avrebbe mai pensato che dietro quella specie di maschera c’era proprio Amilcare Carruga?”
Il suo viaggetto a V., città natale da cui mancava da tempo, si rivela deludente perché nessuno lo riconosce quando indossa gli occhiali e lui non riconosce nessuno se mette in tasca le sue lenti: il suo disagio si placa solo uscendo dalla città, nell’uniforme armonia della natura nella notte. “ Gli occhiali, a metterseli e toglierseli, lì era proprio lo stesso. Amilcare Carruga capiva che forse quell’esaltazione degli occhiali nuovi era stata l’ultima della sua vita, e adesso era finita”.

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