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Qual rugiada o qual pianto

Il più famoso madrigale di Torquato Tasso

Non bisogna ricercare una matrice autobiografica nella produzione lirica del Tasso: profondamente impregnato di petrarchismo, l’autore, nelle Rime, soprattutto in quelle giovanili come questa, cerca di affinare il suo stile e di prendere piena conoscenza con il lessico poetico.
Ciò nonostante, non può sfuggire la malinconia che pervade questo madrigale, intriso di dolore e nostalgia. Leggiamolo:

Qual rugiada o qual pianto
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stelle un puro nembo
e l’erba fresca in grembo?
Perché ne l’aria bruna
s’udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l’aure insino al giorno?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?

Apparentemente, il paesaggio parrebbe partecipare come referente oggettivo dei sentimenti del poeta. In realtà, però, Tasso compie una operazione più scaltrita, presentando una scena che non è oggettivamente luttuosa o furiosa e che anzi potrebbe apparire dolce per un animo non esacerbato dal dolore.
E’ un normale mattino di primavera: la rugiada bagna le erbe, le stelle brillano in cielo, il fruscio del vento accarezza la terra. L’animo insonne del poeta insorge, però, e si pone, in maniera dubitativa (le domande non sono retoriche; sono riflessioni tormentose di un animo inquieto) nei confronti del creato.
Gli artifici retorici sono usati parcamente, perché il ripetuto enjambement è sufficiente a mimare i sospiri che punteggiano questi interrogativi. Il poliptoto iniziale (qual…qual..quai…) modula i palpiti del cuore e sottolinea il progressivo allontanamento metaforico dalla parola concreta (“rugiada”) al suo referente analogico (“pianto” prima, poi, più distintamente, “lagrime”).
E come lacrime, le stille di rugiada vengono seguite dalla formazione, nel cielo, alla penetrazione sul terreno (significativo l’utilizzo della parola “stelle”, in senso proprio al v. 4, metaforico per “gocce di rugiada al v. 6)
L‘antitesi fra il candore dei primi versi (“candido volto”, “bianca luna”, “puro nembo”) e la foschia dell’ultimo (“aria bruna”, con chiasmo rispetto ai sintagmi precedenti) scandisce la trasformazione di un paesaggio piacevole in un’atmosfera soggettivamente percepita come oppressiva dal poeta addolorato, che si culla (è infantile la geminazione “intorno intorno”, propria della ninnananna) nella certezza che la natura possa partecipare al proprio dolore.

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