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Tasso espulso dall'università

I suoi versi satirici non piacquero ai professori


Raramente i geni sono stati alunni modello. Animi sensibili, intelletti che captano subito e in maniera originale gli stimoli proposti non possono che percepire come ridondante e banale il metodo di studio offerto dai loro precettori.
Torquato Tasso non sfugge all’assioma.
Quando, nel 1563, arrivò a Bologna, era preceduto dalla fama del suo Rinaldo; tutti lo acclamarono, tutti lo invitarono, tutti lo adularono e, per un breve lasso di tempo, si sentì perfettamente inserito nel contesto, tanto da superare momentaneamente la balbuzie che lo avrebbe afflitto poi per tutta la vita.
E così, per troppa sicurezza, fu punito.
Si trovava a casa dei signori genovesi Francesco e Daniele Spinola e recitò una cinquantina di versi molto piccanti, che mettevano alla berlina alcuni noti docenti dell’ateneo, derisi per gli oscuri natali o per i dubbi gusti sessuali.
Tra i presenti, c’era però l’Auditore criminale, quel Marco Antonio Arese che, vuoi per piaggeria verso gli insegnanti, vuoi per invidia verso il Tasso, denunciò l’accaduto alla magistratura che istituì un processo.
Le ultime parole famose furono pronunciate da un certo Valerio Valeri, che, confermando ai giudici che il poeta recitava a memoria i versi incriminati, ritenne tuttavia che non fosse l’autore della pasquinata perché “il Tasso non aveva tanto ingegno”.
Cronista della curiosa vicenda è il Tasso stesso che, prosciolto da ogni accusa, scrisse una lettera al suo mecenate bolognese, monsignor Cesi, in cui ricapitolava i capi di imputazione per confutarli ad uno ad uno.
La palinodia non brilla per credibilità: siccome non ha mai scritto satire, nessuno può confrontare il suo stile con quello dell’operetta incriminata; quanto alle risate che suscitò e amplificò, erano il ghigno dei giusti di fronte a tante e tali menzogne.
Tuttavia, l’ambiente bolognese divenne tanto ostile che, perso anche il sussidio universitario concessogli dal duca di Urbino, lo abbandonò in cerca di fama e fortuna con nuovi mecenati: i conti Rangoni.

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