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Appunti per un’Orestiade africana

Il modus operandi di Pier Paolo Pasolini tra ricerca e cinema

Come cercare le origini della cultura in una città europea? Come leggere i sussulti dell’animo tra il caos del traffico e le nuvole di smog? Come riflettere sull’Uomo con la televisione accesa e gli opinion leaders che si improvvisano tuttologi liquidando le grandi questioni della vita con poche frasi banali?
Già da tempo, l’Africa viene considerata un luogo misterico in cui le grandi pulsioni ataviche sopravvivono non imbastardite dalla globalizzazione invasiva. E’ lì che il mondo greco può rivivere, mentre in Europa viene riproposto come curiosità archeologica, affascinante quanto lontano dagli stereotipi contemporanei.
Appunti per un’Orestiade africana non è l’unico film italiano ambientato in Africa: nel 1955, Giangaspare Napolitano aveva girato in Congo, con l’aiuto di un giovanissimo Folco Quilici, Tam tam Mayumbe, la storia di un medico occidentale che studia in Africa la malattia del sonno, a cui farà seguito, nel 1966, La battaglia di Algeri, con scene algerine filmate e dirette da Dino Risi.
Pier Paolo Pasolini assaporò l’Orestea senza il filtro della traduzione: fu lui, anzi, che adattò, per Vittorio Gassmann, il testo eschileo alla realtà italiana degli anni Cinquanta.
Poi, tra il 1968 e il 1969, mentre in Europa esplodeva la contestazione giovanile, compì il suo viaggio attraverso Uganda, Tanzania e Tanzanika lontano dai circuiti turistici, alla ricerca di nuovi approcci alla vita.
Coronava così un suo antico sogno, conoscere quell’Africa già da lui poeticamente immortalata così:” «ah, il deserto assordato / dal vento, lo stupendo e immondo / sole dell’Africa che illumina il mondo».L’intellettuale italiano cercò un approccio non scontato né superficiale con gli autoctoni: i ragazzi del luogo lo apostrofarono Django, come il protagonista di un violento film di Sergio Corbucci, considerato allora la massima espressione del genio italico.
L’antico e il lontano si fusero in unità: nacque, da quella lettura e da questo girovagare, un tentativo di opera, Appunti per un’Orestiade africana, in cui si inseguono senza soluzione di continuità scena rubate dalla telecamera alla vita.
L’opera rimase incompiuta, soffocata dalle sue stesse ambizioni. Parlandone, Pasolini stesso confessò:” Questo è un progetto che non ho mai abbandonato del tutto. Anzi, credo proprio di tenerci molto. In quale forma poi lo realizzerò ancora non lo so bene. […] Quel film dovevo girarlo in diversi paesi del Terzo Mondo […] Era quindi una sorta di documentario, di saggio. Non lo potevo concepire che in questa forma. Ma allora a chi lo avrei destinato, se non alle poche élites politicizzate che si interessano ai problemi del Terzo Mondo? Per estendere questo pubblico prevedibile, avrei dovuto fare un film ‘giornalistico’. È difficile trattare un argomento del genere in tutta tranquillità, sia sul piano ideologico che politico. Penso che ai marxisti ufficiali certe verità non sarebbero state del tutto gradite. Anche i contestatori a loro volta vi avrebbero trovato materia di controversia”.
Lo stile di vita africano, fatto di musiche e movimenti con valore sacrale e rituale, ben si presta a riprodurre l’analogo ruolo del coro eschileo, dove gli attori cantano e ballano per invocare il divino: Le parole di Eschilo sono affidate  al canto degli afroamericani Archie Savage e Ivonne Murray e al sassofono jazz di Gato Barbieri.
Alfonso Marrese commenta l’incursione pasoliniana nei classici così: “«Sempre più immerso in una irreversibile fuga dal presente Pasolini orienta il proprio cinema, per un quadriennio, verso il «mito» (Edipo, Medea), ma il percorso viene bruscamente troncato con il progetto di un’Orestiade africana, quando è costretto a prendere atto che, anche nella presupposta purezza incontaminata delle civiltà «primitive» è subentrata una mutazione antropologica che le fa rifuggire dal mito per ambire ai riti del nuovo potere industriale».
Alberto Moravia colse a pieno il valore esoterico dell’opera quando affermò che “[questo film] è uno dei più belli di Pasolini. Mai convenzionale, mai pittoresco, il documentario ci mostra un’Africa autentica, per niente esotica e perciò tanto più misteriosa del mistero proprio dell’esistenza, coi suoi vasti paesaggi da preistoria, i suoi miseri villaggi abitati da un’umanità contadina e primitiva, le sue due o tre città modernissime già industriali e proletarie. Pasolini ’sente’ l’Africa nera con la stessa simpatia poetica e originale con la quale a suo tempo ha sentito le borgate e il sottoproletariato romano”.

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