Qualche anno fa, il quotidiano “Repubblica” ha presentato, in pregevole veste bibliografica, la somma degli articoli siglati da Eugenio Scalfari nel corso della sua pluriennale attività giornalistica.
Proprio oggi mi sono imbattuta in un pezzo pubblicato il 2 giugno 1988, E una sera Calvino sulle ali di Mercurio, che rompe la lunga serie degli interventi politici per offrire una laudativa recensione del postumo Lezioni americane.
In chiusa, Scalfari ritorna con la memoria agli anni dell’adolescenza e al sodalizio che legò i due promettenti studenti che frequentavano la stessa classe nel liceo classico sanremese.Riproduco qui parte del sapido ritratto:
“Nelle movenze fisiche, Italo era quanto di più sgraziato si potesse conoscere: il passo scoordinato, le braccia pendenti lungo il corpo e ciondolanti senza alcuna sintonia con i movimenti delle gambe, nessun senso del ritmo, nessun amore per la musica. Noi ballavamo e cantavamo e lui se ne stava in disparte o partecipava pestando i piedi alle compagne con una sorta di ballo del’orso involontario e carico di comicità. Giocavamo a biliardo e lui cercava di starci a pari, col risultato di infilare spesso la punta della stecca nel panno verde del tavolo, provocando grandi rimbrotti e richiesta di danni da parte del proprietario del caffè. Con le ragazze la sua goffaggine era proverbiale e bloccava sul nascere ogni approccio amoroso, cui pure aspirava come tutti i giovani di quell’età.
Ma non era melanconico. Almeno, non pareva. La sua allegria era anzi vivacissima quando i liberi pensieri andavano a posarsi sulla filosofia, sulla scienza, su come era nato il mondo, sull’entropia, sull’epistemologia, ma anche sulla letteratura e sulla poesia, sugli eroi di Omero e sull’Esterina di Montale. Allora usciva dai suoi silenzi e la lingua gli si scioglieva e parlava, parlava, parlava, fino a tirar mattina sotto le stelle del lungomare di Snaremo e al chiarore soffuso della “ridente luna”.
Non avevano nulla di serioso, quei discorsi, nulla di scolastico e di liceale; ma anzi la vena dell’ironia e dell’esprit li pervadeva per intero e Italo applicava a quei temi così alti e quasi solenni la tecnica dei cartoons, dei quali era assiduo frequentatore. Cominciava fin da allora a sottrarre peso agli argomenti e a introdurre nel suo lessico e nel suo tessuto verbae quella leggerezza che sarebbe stata l’aspirazione costante della sua espressività”.
Non so a voi, ma a me pare l’identikit di Palomar!

Benedetta Colella








