Il Seicento non è stato una meteora nella vita letteraria italiana. Ci rimane come peccato originario una certa prolissità, una passione per la parola come fine e non mezzo per esprimerci.
Del resto, fu proprio il movimento concettista a guadagnare alla letteratura anche quei centri minori di Italia esclusi fino ad allora dalla geografia letteraria.
Il concettismo è una corrente esclusivamente letteraria che si inserisce in un più ampio movimento di idee, interdisciplinare e invasivo, di nome barocco.
Con questo termine (che nella filosofia medievale indicava una particolare forma di sillogismo, nel Cinquecento e nel Seicento passò a significare un tipo di ragionamento assurdo e bislacco e nel primo Ottocento fu usato per designare l’arte figurativa del Seicento e di parte del Settecento considerata goffa e stravagante ) si volle definire, in senso dispregiativo, l’arte del Seicento, per la miseria del contenuto morale che la ispirava e per le stranezze stilistiche con cui veniva espressa: per limitarci all’ambito poetico, le opere pullulavano di immagini di ardita fantasia (se un uomo impallidisce dinanzi alla sua amata, vuol dire che “il cor gli manda il cener suo sul volto” ), epiteti altisonanti (per esempio l’usignolo è una “voce pennuta“, una “piuma canora“, un “atomo sonante“), esortazioni stravaganti (”sudate, o fuochi, a preparar metalli”), metafore ed iperboli preziose quanto paradossali.
Già il termine concettismo ha in sé qualche insidia: il lessema concetto ha subito uno slittamento semantico che rende difficile, oggi, capire cosa fu il concettismo nel Seicento.
Se oggi, infatti, si indica con concetto l’idea base, privata di postille e fronzoli, nel Seicento si utilizzava ancora l’accezione latina del termine: conceptum indica una cosa presa insieme, con riferimento all’azione creatrice propria del parto.
Così, il concettismo invadeva diverse sfere di significato per accostare in maniera metaforica immagini tratte da contesti molto diversi.
Il traslato rappresenta il mezzo ideale per esprimere una realtà dove gli oggetti hanno perso la loro definitiva natura e si presentano continuamente sotto diverse, ingannevoli apparenze. Emanuele Tesauro (insieme con Matteo Pellegrini, uno dei maggiori trattatisti italiani dell’età barocca) nella sua opera Il cannocchiale aristotelico (1654) definisce la metafora una significazione ingegnosa nella quale è racchiuso l’acume di ogni poesia. Essa è lo strumento dell’”ingegno”, questa particolare facoltà dell’intelletto cui è dato penetrare nell’intima realtà mutevole delle cose e scoprirne, attraverso l’accostamento delle circostanze più nascoste, le ragioni non superficiali, ma durevoli.
Il Tesauro, inoltre, afferma che più ingegnosa e “peregrina” sarà la metafora, ossia più campi semantici congiungerà, più sarà riuscita.
Mentre la metafora istituisce analogie tra campi diversi e lontani, solitamente considerati inconciliabili, il “concetto” (da cui deriva la pratica del concettismo) spiega tali ardite connessioni attraverso una trovata arguta che dà loro un senso. La capacità dell’arguzia deriva dall’ingegno: è dunque squisitamente intellettuale o, addirittura, cerebrale.
Letteratura Italiana
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in: Seicento
Il concettismo barocco (parte I)
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