Il concettismo barocco (parte II)

“E' del poeta il fin la meraviglia”

Il fine ultimo, naturalmente, è la meraviglia, lo stupore del lettore sovrastato da questi arditi accostamenti e quasi perso nel ginepraio letterario in cui la rappresentazione delle azioni più banali viene amplificata con idee roboanti che si sommano per affastellamenti e che si sovrappongono senza sintesi.
Lo teorizza bene Giambattista Marino, il poeta italiano che più saprà piegare le sue rime all’edonismo, alla leziosità, al piacere intellettuale che si nutre di sé, quando scrive che “E’ del poeta il fin la meraviglia/chi non sa far stupir, vada alla striglia”.
E’ curioso però considerare che il Barocco nasce da una disputa tardorinascimentale tra i fautori di un’arte pedagogica (Benedetto Varchi, Giulio Cesare Scaligero, Alessandro Piccolomini) e i fautori di un’arte edonistica (Ludovico Castelvetro, Giovan Battista Guarini, Antonio Riccoboni), proprio dal tentativo di superare i due momenti in un’idea comune che li fonda in armonia.
Di fatto, la missione educativa verrà schiacciata: anche nella poesia didascalica, più che a trasmettere nozioni, il concettismo mirerà ad esprimere sensazioni, ad abbinare immagini inedite per stordire ed ammaliare chi legge.
Il precetto riverbera non solo nello stile, ma anche nelle ambientazioni: le forme mitologiche e pastorali, attraverso le quali si esprime il gusto delle metamorfosi, dei travestimenti, degli effetti illusionistici, le variazioni sui temi della incostanza degli animi e della precarietà delle apparenze, rivelano da un lato l’esigenza di approfondire il mondo fantastico come specchio del vero e dell’inverosimile, dall’altro l’affiorare di una realtà mondana che non riesce ad acquistare ancora un significato profondo di costume.
Il letterato non fa che tradurre su carta il disordine e l’incertezza offertigli dalla situazione storica.
Nell’atto medesimo in cui la ricerca scientifica amplia i confini geografici ed astronomici del mondo e scopre nella natura nuovi principi biologici e meccanici, l’equilibrio rinascimentale tra uomo e universo si sposta.
La civiltà del barocco sottintende l’acquisizione di un’acuta coscienza della precarietà del reale, delle sembianze ingannevoli, della relatività dei rapporti fra le cose.
I movimenti letterari, che rappresentano nelle loro enunciazioni teoriche e nei loro risultati di scuola il tentativo di dare una soluzione facile e artificiosa, ancorché iperbolica, della crisi dell’umanesimo, esprimono soltanto uno degli aspetti della problematica letteraria del barocco: la tendenza, cioè, di sfuggire, attraverso un’arte fastosa, ricca di sinuosità, di volute, ad uno stato di insoddisfazione ed insieme il bisogno di abbandono, di oblio, di evasione verso forme illusorie.
L’altro aspetto, quello vitale e positivo, consiste, invece, proprio nella permanenza di uno stato di tensione spirituale determinato dalla continua ricerca di una sfuggente dimensione della realtà. In tal modo il barocco si presenta come idillico e drammatico insieme. Nella sua accezione più completa, pertanto, il barocco è ben lontano dall’esaurirsi nel solo genere  propriamente concettista ed estetizzante, anche se ricca ne è stata la fioritura: esso piuttosto si rivela, nelle sue ragioni più intime, come contrastato atteggiamento spirituale, capace di produrre intense emozioni liriche.

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