Il decalogo laico di Alessandro Manzoni

Embrioni di poetica nel carme “In morte di Carlo Imbonati” (vv. 207/215)


E’ giovane, Manzoni, in quel fatidico 1805, quando la madre lo richiama a Parigi, permettendogli di voltare le spalle all’ambiente cupo, bigotto e retrivo in cui era cresciuto.
La religione si incarna per lui nel buio della casa paterna, nell’ipocrisia dei Padri barnabiti presso cui ha studiato, nel pettegolezzo cittadino che taccia di adulterio sua madre e sussurra dubbi sul suo cognome e sulle sue origini.
Di fronte a tanta superstizione, si erge, in maniera per lui irresistibile, l’orgoglio della Ragione, quell’etica laica che àncora le buone azioni alla dignità dell’uomo e non alle chimere dell’Aldilà. L’orgoglio intellettuale è il mezzo attraverso cui Manzoni tenta di colmare il suo anelito alla giustizia e il simbolo della sua ribellione individuale è Carlo Imbonati, il compagno della mamma, che il giovane Alessandro idealizza senza aver mai conosciuto e che elegge mentore post mortem del suo approdo a Parigi, all’illuminismo, alla maturità.
In polemica con il Dio geloso dell’Antico Testamento e con il suo Decalogo restrittivo, Manzoni fa enunciare allo spirito di Imbonati una sorta di testamento poetico che enuclea in dieci leggi i criteri del retto agire. Eccoli:

Sentir”, riprese, “e meditar: di poco
Esser contento: da la meta mai
Non torcer gli occhi: conservar la mano
Pura e la mente: de le umane cose
Tanto sperimentar, quanto ti basti
Per non curarle: non ti far mai servo:
Non far tregua coi vili: il santo Vero
Mai non tradir: né proferir mai verbo,
Che plauda al vizio o la virtù derida

La conoscenza nasce dalla percezione ed è quindi propriamente sensoriale, irriflessa (“sentir”), ma si affina con l’autoanalisi e la riflessione (“meditar”): saggio è così un uomo particolarmente dotato di sensibilità, che sappia però rielaborare i suoi istinti per farne condotta di vita.
L’uomo potenzia poi le proprie sensazioni circoscrivendo gli obiettivi a cui ambire, senza stordirsi con facili chimere, senza cercare sproni nelle futilità della vita.
A differenza della religione cattolica, che predica un’astensione totale dalle nefandezze mondane, Manzoni suggerisce all’uomo di approcciare le “umane cose” per poter davvero constatare la loro fatuità. Nel consapevole rifiuto di tutto ciò che è vano, la libertà intellettuale è l’unico principio guida e va preservato in uno sdegno alfieriano verso ogni viltà.
Manzoni ha però bisogno di assolutismo e, proprio in chiusa, sostituisce al fervore religioso altrettanta enfasi laica: il Vero platonico, quell’idea, cioè, assoluta e illuminante del Retto agire, diventa “santo” e assona in clausola con “verbo”, quasi in rima, che richiama suggestioni evangeliche e sancisce, proprio mentre la nega, la profonda religiosità manzoniana.

Peeplo Engine

Un motore di ricerca nuovo, ricco e approfondito.

Inizia ora le tue ricerche su Peeplo.

Ultimi interventi

Vedi tutti