La poetessa pastora

La poesia estemporanea: il caso di Beatrice di Pian degli Ontani

La televisione trasmette a ciclo continuo.
Il registratore duplica e riproduce infinite volte, senza variazione, gli stessi ritmi.
Internet permette di scovare e manipolare parole su tutto lo scibile.
Una volta, quando tutto questo non c’era, quando abitazioni più o meno signorili non segregavano il borghese stanco dal lavoro in una prigione dorata che si chiama “riposo domestico”, musiche, storie, canti, notizie si perpetuavano in piazza d’estate, nelle stalle d’inverno e tutti insieme, giovani e anziani, si davano al ricordo, alla creazione, all’improvvisazione.
Prima che i mass media la ammazzassero, esisteva una vena poetica sotterranea nel popolo italiano, fatta di strofe ascoltate per caso, rimuginate nella memoria e riprodotte o variate o create ex novo. Chi più chi meno, tutti erano capaci di comporre versi, magari refrattari alla metrica, magari dalle rime forzate, ma sgorgati diritti dal cuore, senza la mediazione della lettura.
Lasciamo che sia Giuseppe Baretti, nella sua Relazione sugli usi e costumi d’Italia (1768), a ragguagliarci sulla questione: “E’ difficile il darne una giusta idea ad un forestiere; nondimeno posso dire che non v’è cosa più piacevole e più sorprendente di sentire due dei loro migliori improvvisatori…Io fui più volte grandemente meravigliato della rapidità delle loro espressioni, della facilità delle loro rime, dell’esattezza del loro numero, dell’abbondanza delle loro immagini e del calore e dell’impetuosità dei loro pensieri”Riemergo ora dalla malia di un romanzo- biografia eccellente, Beatrice, scritto da Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino che ha saputo dare voce e restituire vita ad un personaggio del tutto eccentrico rispetto al panorama letterario italiano. La poetessa che ha incantato Niccolò Tommaseo e con lui l’estenuata accademia ottocentesca è una “pastora” analfabeta.
Beatrice di Pian degli Ontani, moglie, madre, ma soprattutto donna nel senso più pieno e appassionato del termine, non ha mai appreso le meraviglie dell’alfabeto. Ascoltò da bimba menestrelli e anziani che declamavano le ottave del Tasso e ne percepì la musicalità. Da quel momento, per un’alchimia che neppure lei seppe spiegare, le parole si affollarono nella sua bocca già in rima baciata o alternata, già in gruppi di undici sillabe l’una, già arditi o arguti o polemici secondo l’estro e la situazione.
Ecco Beatrice che si scaglia contro la Casta (davvero niente di nuovo sotto il sole!):

Deh, se a questa razzaccia maledetta
che così malgoverna il bel podere,
Sant’Andea gli mandasse la disdetta,
con un sonoro calcio nel sedere;
e mettesse a’ lor posti de’mezzadri
meno ingordi e rapaci e meno ladri.

Eccola ora parlare d’amore:

Prima che t’abbandoni, amore mio,
tutte le lingue morte parleranno,
e le fontane doneranno vino,
i pesci nell’asciutto nuoteranno.
Innanzi ch’io ti lassi e t’abbandoni
perfino gli aranci faranno limoni!

Inconsapevole dell’eccezionalità delle sue doti, Beatrice consacrò al lavoro umile e duro la sua vita: solo la domenica, indossato il mantello della festa, raggiungeva a piedi i paesi vicini, dove sfidava a singolar tenzone altri poeti estemporanei. Testimonia il Tommaseo in persona “Nel contrasto di chi le risponda, la Beatrice s’infiamma; e resiste ore intere a cantare, sempre ripigliando la rima de’ due ultimi versi cantati dal suo compagno”.Questa citazione e molte altre sono contenute in una pregevole postfazione, c in cui Paolo Ciampi si premura di chiarire al lettore in quali (pochi) elementi la fantasia letteraria ha ritoccato la verità storica.
Tanto è musicale e appassionato il romanzo tanto è documentata e vivace l’appendice saggistica, che costituisce sicuramente una pietra miliare per lo studio letterario e sociologico della poesia estemporanea.

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