I grandi affreschi corali dei romanzi veristi sono ancora in là da venire quando Giovanni Verga, ancora trentasettenne, pubblica, nel 1877, la sua prima raccolta di novelle, una silloge di tutte le storie ambientate nel mondo scintillante e fatuo della media borghesia milanese già pubblicate a più riprese, durante l’anno precedente, su Illustrazione italiana.
Primavera, la novella che dà il titolo all’opera, è invece una storia inedita in cui già tralucono l’attenzione per i particolari e la dolente maestria che consegneranno Verga alla storia della letteratura e in cui si anticipa quella vena ironica e malinconica che caratterizzerà le ultime novelle dello scrittore.
Protagonisti sono Principessa, una sartina tesa fra il proprio naturale pudore e le lusinghe di una vita agiata, e Paolo, aspirante musicista, belli della loro età e dei loro sogni.
“Una di quelle sere beate in cui ci si sentiva tanto più leggero per salire verso le nuvole e le stelle quanto meno gli pesavano lo stomaco e il borsellino”, i due si incontrano. Verga non indugia mai nel descrivere palpiti e sensazioni, non lascia che la sua storia diventi una delle tante vicende rosa che già allora affascinavano il pubblico. Amore e tormento, felicità e angoscia si evincono dall’evoluzione della storia, volutamente narrata in stile piano e segmentata in continue defocalizzazioni descrittive.
Il corteggiamento, che in breve sfocerà in una relazione, oscilla fra la freschezza dei primi giorni, in cui, paghi della sola vicinanza, trascorrevano quasi in silenzio i momenti delle loro passeggiate, e la follia del seguito, quando, dimenticando la precarietà delle loro condizioni economiche, si concedono gite, locali, divertimenti molto al di sopra delle proprie possibilità.
Non sono lussi principeschi: basta un vestito nuovo, un pranzo ricco, una notte fuori per dimenticare se stessi in nome di un ruolo da recitare. Essere ciò che si finge di essere diventa sempre più necessario: quando a Paolo verrà offerta l’opportunità di emigrare in America a suonare nei piano bar, egli non avrà esitazioni nel rinnegare i suoi alti valori artistici e l’amore malinconico che lo legano a Principessa per inseguire la chimera dell’arricchimento.
Anche lei si rassegna facilmente: ha già vissuto l’abbandono del suo primo amante e, nella scena dell’addio, si trova a ripensare all’altro: “voleva dire il passato: voleva dire i bei sogni di gloria e di allegria, la primavera della sua giovinezza, il suo povero affetto destinato a strascinarsi così, da un Paolo all’altro, senza pianger troppo quando era gaio; voleva dire il presente che se ne andava, quel giovane che ormai faceva parte del suo cuore e della sua carne, e che sarebbe diventato un estraneo anche lui”.
Primavera, per Verga, non è dunque un concetto temporale, una stagione di fioriture e lunghe giornate; è piuttosto quell’incertezza ansiosa, quel ventaglio di scelte e di umori che infestano la giovinezza. L’autore, che dalla primavera della sua vita si sta congedando proprio in quegli anni, ha così dolenti parole di commiato per i suoi due personaggi:
E tu, povero grande artista da birreria, va a strascinare la tua catena; va a vestirti meglio e a mangiare tutti i giorni; va ad ubbriacare i tuoi sogni di una volta fra il fumo delle pipe e del gin, nei lontani paesi dove nessuno ti conosce e nessuno ti vuol bene; va a dimenticare la Principessa fra le altre principesse di laggiù, quando i danari raccolti alla porta del caffè avranno scacciato la melanconica immagine dell’ultimo addio scambiato là, in quella triste sala d’aspetto. E poi, quando tornerai, non più giovane, né povero, né sciocco, né entusiasta, né visionario come allora, e incontrerai la Principessa, non le parlare del bel tempo passato, di quel riso, di quelle lagrime, ché anche ella si è ingrassata, non si veste più a credenza al Cordusio, e non ti comprenderebbe più. E ciò è ancora più triste - qualchevolta

Benedetta Colella








